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domenica 3 gennaio 2016

L'AMORE E LA FINE DEI TEMPI, PROPOSTE DI LETTURA

Un anno nuovo è cominciato, ci troviamo ancora nel Kali Yoga, anche se ci avviciniamo alla fine, così come trasmessoci da Babaji.. il cammino è ancora lungo, arduo e sono proprio questi i momenti in cui si fa più urgente l'importanza di conoscere, studiare, approcciarsi allo Yoga o altre discipline tradizionali, leggere messaggi spirituali e attuare il vero cambiamento nella propria vita. Per questo auguro a tutti un buon inizio di anno, un anno in cui sia possibile trarre la forza e l'energia giusta per fare i propri cambianti, per proseguire nel proprio percorso, per fare le scelte, le scelte giuste e definitive. la parola chiave potrebbe proprio essere Discernimento. E come insegnatoci da Babaji cerchiamo di vivere al meglio, con impegno, coraggio e devozione, lavorando e lavorando ancora, sempre con il cuore e il pensiero rivolto verso il Divino, e seguendo il messaggio "Verità, Semplicità, Amore. Satya, Saralata, Prem".  A tutti Buon Anno! 

 Om Namah Shivay  

 

Shrī Hairākhan Babaji Mahāvatār (ha dato i suoi insegnamenti dal 1970 al 1984), Hairākhan, Uttar Pradesh, India

 
“Ama e servi tutta l’umanità. Assisti tutti.
Sii allegro. Sii cortese.  Sii una dinamo di irrefrenabile felicità.
Riconosci Dio ed il Buono in ogni viso.
Non c’è santo senza un passato, non c’è peccatore senza un futuro.
Loda ognuno. Se non puoi lodare qualcuno… lascialo uscire dalla tua vita.
Sii originale, sii inventivo.
Osa, osa e osa ancora… Non imitare. Sii saldo, sii eretto.
Non appoggiarti alle staffe prese in prestito da altri.
Pensa con la tua testa. Sii te stesso.
Tutte le perfezioni e le virtù di Dio sono nascoste dentro di te: rivelale.
Il Saggio, pure, è già dentro di te: rivelalo.
Lascia che la sua grazia ti emancipi.
Fai che la tua vita sia quella di una rosa: pur silente essa parla il linguaggio della fragranza.”
 


Per conoscere questi e altri importanti argomenti vi invito alla lettura del libro: "L'amore e la fine dei tempi"  (qui di seguito un' estratto) di  potete acquistarlo in formato ebook presso i maggiori portali (Amazon, ecc..) o anche in formato cartaceo presso il sito dell'associazione Sanatandharma.
 
 
 
 
"…è importante con tutto noi stessi perseguire il bene o sanātanadharma, perché siamo, relativamente, vicini al punto di passaggio tra Kālīyuga e Dvāparayuga, come esaurientemente spiegato alla quarta sezione. Dunque, le incarnazioni attuali sono in assoluto le più importanti per l’evoluzione spirituale dell’essere umano. Quale che sia, per ogni singolo individuo l’ultima incarnazione, nell’attuale ciclo samsarico, lo sa solo Dio, la Coscienza universale. Cionondimeno, il fatto che possa essere l’ultima incarnazione di questo particolare ciclo in questo mondo, non significa che ciascuno viva in un corpo sano, con una mente sana, una sfera emotiva equilibrata, il tutto accompagnato da una profonda consapevolezza spirituale, ma semmai che quest’ultima incarnazione racchiude tutto ciò che nel bene e nel male, è il frutto finale, in questo ciclo, del percorso evolutivo di quell’anima…Questa incarnazione potrà, per qualcuno o per molti, non sembrare la migliore delle incarnazioni possibili ma ciò che a volte appare come un ostacolo o un impedimento, visto da una prospettiva più ampia e spirituale è una grande opportunità e ciò che più terrenamente, può apparire come una grande opportunità o fortuna, sempre da quella prospettiva può essere un grande ostacolo. Di questi tempi, dove l’illusione terrena è così forte, mai fermarsi alle apparenze…” (tratto dal capitolo “La reincarnazione”, seconda sezione del libro “L’amore e la fine dei tempi” di Jāriyama).

mercoledì 28 ottobre 2015

TI RACCONTO UN LIBRO...


 
“Le ragioni del corpo. I centri di energia vitale nell’esperienza cristiana.” di Antonio Gentili, ed. Ancora,2007

 


Tav. 12 contenuta nel libro: Cristo Energizzatore. Icona conservata nella Casa di Esercizi di Eupilio.

Già dalla prima pagina l’autore dà una definizione di corpo, sostenendo che si tratta di un ospite e compagno dell’anima. Fin da questa definizione si può intendere come questo libro cerchi di trovare degli agganci tra una visione cristiana del corpo e della preghiera, con le tecniche psico-spirituali dello yoga, in particolare della meditazione. Il libro descrive, passo passo, il legame tra i centri energetici, o cakra, e i punti vitali che possiamo incontrare anche nei racconti del Vangelo e nella pratica della preghiera profonda. Ad esempio, a pagina 27, l’autore tratta del segno della croce: «Il segno della croce non nasconde un cammino di autentica iniziazione al mistero? Esso comporta anzitutto la progressiva familiarizzazione con l’unico e trino Signore. (…) L’energia che essi racchiudono (…) viene accolta dall’intera nostra persona, dal momento che il gesto fonde la dimensione verticale (altezza-profondità) con quella orizzontale che ci dilata ai confini del mondo. In particolare, sulla mente e sul cuore si posa la mano benedicente come ad indicare i due centri più importanti in ordine all’esperienza interiore (…)». Il libro elenca, uno per uno, tutti i centri energetici, dividendo i tre centri inferiori (corrispondenti al I, II e III cakra) dai quattro superiori (dal IV al VII), ogni capitolo è corredato da esercizi spirituali che aiutano il praticante a mettere in pratica questa interiorizzazione dei centri energetici utilizzando temi e “ambientazione” tipiche della preghiera cristiana. In particolare l’autore fa riferimento alla preghiera a Gesù o Preghiera del Cuore, conosciuta anche come preghiera del Pellegrino Russo, tecnica di preghiera profonda usata dagli esicasti, uno splendido esempio di incontro tra spiritualità orientale e occidentale che anticipa i padri della Chiesa e il “moderno” cristianesimo. In ultima analisi l’autore porta esempi di esperienze mistiche di alcuni santi, che hanno fisicamente esternato il contatto con il divino attraverso una specifica zona del corpo. Per capire meglio vediamo una piccola carrellata di tutti i centri energetici, partendo dall’alto e scendendo verso il basso:

La sommità del capo – VII cakra, Samsara

L’autore cita anzitutto la rappresentazione dell’aureola come costante dell’iconografia cristiana, spesso rappresentata anche con lingue di fuoco, come simbolo dell’irradiazione dello spirito santo, che nello yoga è rappresentato dal suono Om, come disse il maestro Paramhansa Yogananda nel suo libro “Il vangelo di Gesù, vol 1” (Vidyananda Edizioni, 1999).

L’occhio spirituale – VI cakra, Ajna

Sede dell’apertura al trascendete, della chiaroveggenza e del discernimento. Qui l’autore riporta esempi di Santi che ebbero il carisma della chiaroveggenza, ovvero della premonizione di eventi realmente accaduti

La bocca/gola – V cakra, Vishuddi

L’autore racconta qui degli episodi registrati in ambiente cristiano di glossolalia, ovvero il dono di parlare lingue sconosciute, durante una profonda preghiera/meditazione.

Il cuore - IV cakra, Anahata

Sede dell’amore cristico, anche secondo lo Yoga tradizionale, l’autore qui ci parla della tradizione mistica in cui non sono pochi gli esempi di «trafitture, trapianti e sostituzioni di cuore».

Il plesso solare – III cakra, Manipura

Meno vistose le attivazioni carismatiche riguardanti i 3 cakra inferiori, l’autore ci parla della «straordinaria forza che si sprigiona nei martiri quando devono affrontare prove atroci».

Le viscere – II cakra, Swadhisthana

Qui, entrando più in una manifestazione emotiva piuttosto che fisica, l’autore parla della grande carità espressa da molti santi. Come se la commozione davanti alla povertà e al dolore “aprisse le viscere”, basti pensare a Madre Teresa di Calcutta.

Il centro basala – I cakra, Muladhara

Riguardo questo centro energetico l’autore ci parla della lievitazione dei santi, sottolineando come l’energia, durante le pratiche spirituali, salga dal basso verso l’alto, attraversando cioè i cakra superiori.

giovedì 2 luglio 2015

COME IL FIUME SARASWATI SCOMPARVE

Un fiume scompare per fuggire ad una maledizione e un uomo saggio che sa quando è utile e necessario infrangere le regole diventa il portatore di una cultura che altrimenti si sarebbe persa per la troppa dedizione alla regola rigida che, appunto, in caso di emergenze non permette ma esige che le regole vengano infrante, che la creatività personale nutra e dia sostegno al sistema, non rinnegando le regole, ma riposizionandole al loro giusto ruolo, dandogli quindi un significato ben più profondo che una semplice adesione per formalità.
 
Ma cosa successe al fiume Saraswati?
 
Secondo i racconti mitologici alla Dea Saraswati venne chiesto di condurre il saggio Vashishta presso il saggio Vishwamitra. Lei si oppose a quello' ordine perentorio, detestando l'idea di doversi schierare per uno o l'altro.. si trattava di Rishi dell'Himalaya, grandi saggi, e Saraswati  preferiva rimanere imparziale e lasciare a loro le dispute personali.
 
Vishwamitra per punizione maledisse Saraswati, le cui acque divennero sangue. E lei, per fuggire a questa sorte, si nascose sotto la terra, diventando un fiume fantasma, che tuttora non scorre più in India.
 
La sua valle patì la sete e la fame, i bramini che erano vegetariani, senza più acqua, non riuscivano a sopravvivere, la siccità infatti oltre a non dargli acqua non gli permetteva neppure di coltivare le piante necessarie al loro sostentamento. Le pene della gente tolse alla popolazione ogni forza, e i bramini non riuscirono più a dedicarsi allo studio dei Veda, i testi sacri, tanto che poco alla volta li dimenticarono.
 
Fra questi bramini c'era però il figlio della dea, Saraswata. La Dea, come fiume sotterraneo, incontrò di nascosto il figlio e gli disse che avrebbe continuato a nutrirlo, dandogli un pesce al giorno dalle sue acque sotterranee.
Il figlio riuscì così non solo a vivere, ma anche a rimanere forte e proseguire con gli studi.
Il pesce, così come la carne e tutti i suoi derivati, sono cibi proibiti, ma la situazione era tragica, e necessitava anche di una soluzione alternativa!
E così, terminata la siccità, quando i bramini si resero conto di aver dimenticato i Veda, pensarono di andare da lui a farseli insegnare, ma uno di loro disse: "No, lui è un peccatore, ha mangiato pesce, imparando da lui diventeremmo peccatori anche noi".
Ma un altro rispose: "Colui che conosce i testi sacri non può essere un peccatore. Ha fatto la cosa giusta: è sopravvissuto senza nuocere nessuno. E' questo il dovere dell'uomo: cercare di rimanere in vita senza deviare dalla retta via".
E così fu.
Saraswata insegnò i Veda ai bramini, e ancora oggi esistono i bramini Sarswat, discendenti dei discepoli di Saraswata.
 
 
 


giovedì 19 febbraio 2015

YOGA ED ESICASMO:LA LETTURA DI UN LIBRO




Yoga ed esicasmo è, innanzitutto, uno dei temi che mi hanno spinto a scrivere la tesi "Yoga e Cristianesimo: un incontro possibile", un tema in continua evoluzione che ad oggi è troppo poco conosciuto e discusso. Tant'è che "Yoga ed esicasmo" è il titolo di un libro, un'altra tesi, scritta da Flavio Poli a Bologna, nell'anno accademico '78-'79. Sono passati parecchi anni, ma non ho ad ora trovato altri studi così specifici sul tema, è un libro di difficile reperimento, che necessita a mio avviso maggiore visibilità e una riflessione in più da parte di autori e docenti d'oggi. Così come gli altri testi e autori che lo stesso Poli utilizza nella sua ricerca.

 
L'autore analizza nella prima parte del testo l’origine dello Yoga, nella seconda parte analizza l’esicasmo nella tradizione della chiesa orientale, infine nella terza parte ricerca i contatti e le comparazioni fra le due discipline spirituali.

Esicasmo, una definizione plurale: secondo l’autore dare un significato al termine esicasmo non è semplice e non porta ad un unico concetto. L’autore cita innanzitutto Meyendorff che rileva almeno 4 definizioni:

1. Esicasmo è quel fenomeno della vita monastica cristiana basato sull’eremitismo, la contemplazione e la preghiera pura;

2. L’esicasmo raggruppa i metodi psico-somatici di preghiera;

3. un sistema che si fonda sulla distinzione nella divinità tra “l’essenza” trascendente e le “energie” increate attraverso cui Dio diviene conoscibile all’uomo in Cristo;

4. Infine esicasmo distingue un’ideologia sociale e culturale nata a Bisanzio.

Il punto in comune fra queste definizioni non è data, secondo Poli, dall’unicità della tecnica spirituale, ma dal condiviso obiettivo di intraprendere una via verso la conoscenza sperimentale di Dio, nonché la centralità data alla vita sacramentale e la deificazione come fine ultimo dell’uomo.
 
 
 
Scrive Poli: «Il gesuita Bernhard Schultze pubblica su “Orientalia Christiana”, il periodico del Pontificio Istituto di Studi Orientali, un’analisi sulla preghiera di Gesù. Egli nota un parallelismo indiano di un concetto esicastico, fino ad allora, mai considerato. Schultze rileva che l’esicasmo tende all’unione dello spirito e del cuore, per attuare la “guardia del cuore” (kardiakê prosochê). L’attenzione (nêpsis) che ne consegue, permette al praticante di essere libero in una totale disponibilità, che non può che condurlo a Dio. (…) Egli scorge un altro parallelo fra la “guerra spirituale” o “combattimento invisibile” – un tema centrale della spiritualità esicasta che la riprende da S.Paolo – il dovere di combattere di Arjuna nella Bhagavadgītā.».
 
Inoltre il termine hêsychia viene tradotto con “soppressione dei pensieri”, il che ci collega rapidamente alla definizione di Yoga data da Patanjali nei primi versi dello Yoga Sutra: lo yoga è la soppressione delle fluttuazione mentali (Yogaś cittavŗittinirodhah). Altri autori, citati sempre da Poli, studiarono e ritrovarono le attinenze tra la tecnica della preghiera di Gesù e lo yoga, in particolare la recitazione dei mantra (Japa), tra questi vi sono Raniero Gnoli che scrisse al riguardo un articolo nel 1953, il quale vede le grandi similitudini tra il metodo indiano e quello dell’’Oriente cristiano e l’attenzione data alla respirazione e al cuore. Con “Preghiera di Gesù” si intende la ripetizione ad alta voce o in modo silenzioso, della preghiera: «Signore Gesù, abbi pietà di me» o «Kyrie eleison». Questa semplice preghiera andava svolta con l’ausilio di un rosario, simile alla Mala indiana, e andava anticipata da esercizi fisici e controllo del respiro (ritenzione del soffio), grande importanza veniva data anche alla postura, come insegna lo Yoga che sottolinea la fondamentale importanza di una schiena eretta, dell’uso delle Asana e del Pranayama per indurre al Dharana (concentrazione) e quindi alla Dhyana (meditazione).

Altro dato molto interessante è la similitudine riscontrata dallo ieromonaco Anthony Bloom il quale, sempre nel 1953, scrisse un articolo dove introduceva il concetto di “yoga cristiano” ed elencava dei centri di concentrazione concepiti dalla mistica esicasta che non erano dissimili dal concetto e dal luogo dei cakra. I principali “centri dell’attenzione” si trovano: nello spazio fra le sopracciglia, il centro bucco-laringeo, il centro pettorale e il centro cardiaco.


mercoledì 24 dicembre 2014

AMEN E OM, da Yoga Journal

Un padre barnabita scopre nella disciplina indiana un canale di incontro con Dio. Yoga Journal lo ha intervistato
di Gordana Stojanovic
Amen__Om_2
Chi ha detto che preghiera cristiana e yoga non abbiano alcun punto in comune? Per Padre Antonio Gentili, uno dei nove Frati Barnabiti che vivono nella “Casa per Ritiri Spirituali” di Eupilio, in provincia di Como, ne hanno, e parecchi. Per lui, asana e meditazione sono due preziosi strumenti per avvicinarsi a Dio. Ci ha spiegato perché.

Padre Gentili, lei appartiene all’ordine dei Barnabiti e pratica yoga e meditazione, cosa assai strana per un frate cristiano. Qual è stato il percorso che l’ha portata a questa scelta?
«A partire dagli anni Sessanta, in ambito cattolico hanno cominciato a diffondersi le tecniche meditative dell’Asia, in particolare dello Zazen. L’orientalista tedesco, Karlfried Von Dürckheim ebbe l’occasione di soggiornare in Giappone dove conobbe tale metodo. Tornato in Germania ne parlò con il catecheta K lemens Tilmann, che cominciò a praticare e scrisse diversi libri. “Guida alla Meditazione” (Ed. Queriniana, pp. 432,  16,53), per esempio, è un vero e proprio decalogo che insegna a noi occidentali come meditare». E cosa dice a riguardo? «Il metodo proposto da Tilmann è quello dello Zazen impostato sul respiro nelle sue quattro fasi. Le prime due si focalizzano sull’espiro che prevede una durata prolungata, la fase intermedia vede la ritenzione a polmoni vuoti, infine, segue l’inspiro. Le parole che si legano ai diversi stadi sono: abbandonare, discendere, unirsi, rinnovarsi; trasformate da l’autore in “via da me, verso di Te, tutto in Te, rinnovato da Te” dove questo “Te” si riferisce a Dio. Contemporaneamente ai testi di Tilmann, il monaco trappista statunitense Thomas Merton scrisse diversi volumi sulle grandi tradizioni mistiche e meditative dell’Oriente. La ricerca di Merton mi ha molto incuriosito. Per quanto riguarda lo yoga, ho iniziato a praticare quando sono arrivato a Eupilio seguendo una brava insegnante. Successivamente mi sono trasferito per 6 anni a Roma e ho continuato con una suora, anch’essa insegnante yoga, nell’Oratorio di San Paolo (di fronte a San Paolo Fuori le Mura)».

Oggi, anche lei insegna yoga?
«Più che insegnante sono un praticante. Quando sono tornato da Roma, fra il 1994 e il 1995, ho iniziato a svolgere delle sessioni di yoga con Mari Colombo, insegnante che lavora con il dottor M. V. Bhole, celebre medico ayurvedico india no. Mari Colombo attualmente tiene tre incontri al lunedì. Da due-tre anni si è aggiunto anche l’insegnante Alessandro Cravera che conduce due ore di lezione ogni mercoledì. Io mi affianco a loro per guidare la fase della meditazione. Tutti i giorni abbiamo in programma un’ora di pratica dove si eseguono esercizi per sciogliere, rilassare e rinvigorire il corpo che attingono sì alla disciplina indiana ma anche al Tai Chi e al Qi Gong. Questi incontri, se l’insegnante di yoga è assente, li seguo io. In generale i corsi che organizziamo sono veri esercizi spirituali».

In vari periodi dell’anno organizzate intere settimane dedicate al digiuno. Ci spiega l’importanza di questa pratica?
«Dovremmo digiunare un giorno alla settimana. La breve astensione al cibo può essere considerata una sorta di terapia dell’anima che rivela l’inutilità di tanti altri atteggiamenti fisici e psichici. Inoltre è un metodo utile per aiutare ad aumentare la forza d i volontà. Seguo tale pratica per quattro settimane all’anno. Durante l’estate organizziamo due periodi di digiuno, una settimana a giugno e una a luglio, e poi tre giorni a settembre (da venerdì sera a domenica ). Si comincia con i metodi di purificazione tipici della disciplina indiana: lavaggi yogici dell’intestino, dello stomaco, jala neti e pulizia della lingua. Gli aspetti più tecnici sono guidati dal naturopata che è anche insegnante yoga, mentre io curo l’aspetto più meditativo. Abbiamo un medico che viene all’inizio e alla fine del ritiro. Durante il corso è richiesto il silenzio, cosicché all’oralità in entrata (assunzione dei cibi) corrisponda la stessa disciplina dell’oralità in uscita (uso della parola)».

Come si pone la chiesa di fronte allo yoga?
«Ricordo che il cardinale Martini si espresse in modo lusinghiero, lodando l’integrazione che si compie nel nostro centro tra le diverse discipline meditative, nel pieno rispetto della tradizione cristiana, anzi nella sua più piena valorizzazione. Il magistero ecclesiastico (Vaticano) è intervenuto in merito con la lettera sulle forme di preghiera (Orationis formas), firmata dall’allora cardinale Ratzinger. In questo testo l’attuale papa si esprimeva in maniera circospetta, facendo vedere i pro e i contro e soprattutto la differenza che caratterizza le prassi meditative asiatiche una volta trasposte in ambito cristiano. Si sa che lo Zazen è a-teistico (non ateo!), non implica un riferimento esplicito a Dio. Chi medita secondo le metodologie dello Zazen si pone dinanzi al “nulla”. Esistono alcuni autori cristiani che spiegano come questo “nulla”, questo “vuoto”, corrisponda al Tutto, a Dio. Nulla– Tutto è la famosa dialettica di cui parlano i mistici. Possiamo acquisire un tipo di meditazione che, nel suo originario contesto, è a-teistico, dal momento che si basa sul silenzio, secondo quanto ci chiede la stessa Scrittura: “Sta’ in silenzio davanti a Dio e spera in Lui: è Lui che agisce”».

Seguite le giornate di pratica e meditazione indipendentemente dai seminari?
«I Barnabiti, così come i Gesuiti, sono nati in un’epoca in cui aveva molta importanza la meditazione. Per altri ordini monastici, invece, ha sempre avuto un peso maggiore la liturgia delle ore: l’attività del silenzio veniva lasciata alla libera iniziativa dei monaci e di solito si collocava alla fine di questa pratica. La meditazione è una preghiera in cui viene sottolineato l’aspetto interiore dell’assenza di parola. Nelle prime costituzioni dei Barnabiti si dice che la preghiera interiore apporta l’energia necessaria per conseguire un’evoluzione e un progresso spirituale. Qui si pratica meditazione mezz’ora ogni mattina (7 alle 7:30) e ogni sera».

Possiamo paragonare asana e preghiera?
«Noi qui ci dedichiamo all’Hatha Yoga, quindi asana e pranayama che sconfinano nel Raja Yoga e nella pratica meditativa–introspettiva. La visione yogica pone l’accento sul rapporto stretto fra l’esterno e l’interno. Considerando che “yoga” vuol dire “unione”, si capisce che l’esercizio fisico con i movimenti e le posizioni stabili aiuta a raggiungere pienamente quelle condizioni di armonia e ordine interiore che portano allo stato meditativo. Con il pratyahara (ritiro dei sensi) e con il mantenimento prolungato degli asana ci si avvicina sempre più a una dimensione di beatitudine».

E riguardo l’uso dei mantra?
«La famosa preghiera del cuore “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore” è un mantra. Nella tradizione dei padri del deserto, invece, era per eccellenza la frase “O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni e prestami aiuto”. Nelle Upanishad la “Om”, il mantra dei mantra, è l’arco che consente alla freccia dell’anima di raggiungere il bersaglio (Brahman). Tale definizione corrisponde a quella che viene data in Occidente alla giaculatoria. “Iaculum” in latino, infatti, equivale a giavellotto. Quindi, il significato del mantra presente nella letteratura induista è simile a quello elaborato dalle tradizioni cristiane. “La nube della non–conoscenza”, testo mistico inglese che abbiamo curato e tradotto, suggeriva come sostegno di una preghiera contemplativa le parole “Dio amore” che polarizzano la mente e la bloccano. Da qui si arriva a un risveglio del cuore. La dimensione del sentire, quindi, si sviluppa quando tace quella del pensare».

Si possono paragonare i concetti yogici di yama (astensioni) e niyama (osservanze) ai 10 comandamenti cristiani?
«Noi qui diciamo spesso: “Voi che venite a praticare avete già al vostro attivo i primi due gradini”. Per passare al pranayama, al pratyahara e al resto, è necessario condurre una vita integra. Yoga non vuol dire andare a rilassarsi o togliere la pancia, bisogna avere le carte in regola, le vere motivazioni, altrimenti fallisce il vero scopo».

Come viene interpretato il karma in ambito cristiano ?
«Non si mette in dubbio questa legge. Ci si può domandare, però, come viene applicata quando il ladro crocifisso accanto a Gesù gli dice: “Ricordati di me quando sarai in paradiso”. Gesù risponde “Oggi sarai con me in paradiso”. La legge del karma è infranta per una grazia. Il ladro ha avuto il coraggio di chiedere perdono, di affidarsi a quel dono di grazia (favore) che Gesù è venuto a portare. Dobbiamo ripensare a questa legge nella quotidianità: un principio universale dentro un’iniziativa salvifica, gratuita, che ha compiuto Dio per amore degli uomini».

Si può essere, allora, più rilassati nei confronti del peccato ?
«Certo. Per quanto si possa sbagliare esiste sempre la possibilità di riscattarsi: tutto ciò è liberatorio. La confessione con “Io ti assolvo” è un attestato di fiducia e significa “Rialzati, cammina”. Viene confermata, così, quel la giusta autostima che una persona deve sempre avere».

La Bhagavad Gita, uno dei testi fondamentali dello yoga, dedica un capitolo alla natura divina e a quella demoniaca dell’uomo. Dice che si possono trascendere l’una e l’altra e realizzare “l’Uno-senza secondo” dentro di sé. Cosa ne pensa?
«Il nostro fondatore Sant’Antonio Maria Zaccaria (che scriveva nel 1500) nel suo libro “Interroga il tuo cuore” dice : “È tanta l’eccellenza del libero arbitrio, mediante la grazia di Dio, che l’uomo può diventare e demonio e Dio, secondo che gli pare”».

giovedì 18 dicembre 2014

LA RELIGIONE UNIVERSALE

Ho sempre pensato, fin da piccola, che "qualcosa" doveva esistere, e che questo qualcosa doveva essere di tutti e per tutti. Ho sempre avuto un animo un po' "multiculturale e multireligioso", sarà per questo che ho poi studiato antropologia e sono anche diventata una mediatrice interculturale e interreligiosa. Ritengo che il pensiero e l'idea che Dio sia uguale per tutti, lo stesso amorevole Dio qualunque nome e volto noi decidiamo di dargli, (e che non sarà mai abbastanza veritiero probabilmente), sia un'idea quasi banale, scontata.. eppure così difficile per molti da credere, così difficile per altri da attuare nella vita, portando il giusto rispetto per l'Altro e per il suo credo, cercando di provare un amore universale e incondizionato per l'Energia Divina, anche quando ci troviamo di fronte ad una versione a noi non nota.. se Dio c'è lo si sente, lo si percepisce.. lo si sa nel fondo del nostro cuore. E non basta dirlo: "Dio c'è". Non dipende dalla nostra volontà, dalla nostra decisione presa con il solo uso della ragione, si tratta di energie, di fede, di devozione, di rispetto e di vero amore. Questi sentimenti non rispondono al raziocinio ma solo alla voce della verità. O, usando le 3 parole più importanti che ci insegnò Babaji: alla Verità, alla Semplicità e all'Amore. Sicuramente lo yoga e il suo percorso, oltre agli studi che lo riguardano, aiutano a trovare dentro di noi questo "qualcosa di universale, unico e immanente" che va al di là dei nomi e delle forme. La meditazione, in particolare, è una tecnica spirituale che ci dona, passo passo, questa consapevolezza.. e quando cominci a percepire questa verità, possono venire a dirti qualunque cosa.. ma tu saprai di aver sentito qualcosa di Vero, Eterno, che non può essere spiegato con semplici parole e che non può essere negato solo perché l'uomo ha deciso, sempre con l'uso del raziocinio, di farlo.
Vorrei citare qui uno stralcio di un libricino molto bello, parla di cose grandi con piccole parole, non servono grandi discorsi per parlare di verità e di amore. Il testo è: "Lo Yoga della Conoscenza" e l'autore è Giorgio Furlan, alla pagina 37 scrive:

(...)ogni religione, ogni dottrina, ogni filosofia, presentano ai nostri occhi una parte divina e una parte umana. La parte divina è l'aspetto che vediamo esposto in modo simile nelle varie religioni. Quella umana ha invece un preciso carattere di transitorietà e di trasformazione, che tende cioè a cambiare con il tempo o con il luogo e che ha un atteggiamento diversificante da religione a religione, basandosi sui significati che tengono in considerazione le condizioni essenziali esterne per un miglior risultato interiore dell'individuo. Invece quando qualcuno asserisce, fratello, e qualche volta fa ciò con forte convinzione e intenzione, "la mia religione è la migliore", egli in questo momento mette in luce la parte umana della sua religione, la parte limitante, quella cioè che umanamente è più lontana dall'Aspetto Divino Universale. La Parte Divina è il "comune denominatore", è la base unica di tutte le religioni, è l'aspetto simile in tutti i credi ed in tutte le dottrine, è l'anello di congiunzione tra una corrente religiosa ed un'altra. Quando in una religione si parla di amore cosmico, incondizionato ed esente dall'aspetto egoico, cioè libero da ogni forma di possessività, di arrivismo, di gelosia, o di invidia, possiamo considerare che questa religione è un sentiero rivelato, sacro e quindi un sentiero da poter percorrere, da poter professare senza timore"  

venerdì 10 gennaio 2014

IL SUONO, COMUNE DENOMINATORE DELLE RELIGIONI.


Il Papa, la notte del 27 ottobre 1986, durante la Preghiera per la Pace ad Assisi, invitò ogni capo religioso presente a mettere da parte per un attimo il proprio ruolo sociale e politico, a togliere virtualmente l’abito e il copricapo, indossare l’ umile abito dell’uomo semplice di fronte a Dio.

Il Papa invitò i presenti per una sera a non prendere decisioni, a non fare alleanze, a non progettare soluzioni e strategie politiche di dialogo interreligioso, ma a fermarsi e chiedere umilmente aiuto a Dio. La cosa sorprendente e innovativa è che il Papa chiede a ognuno di loro di parlare al proprio Dio con la lingua, il metodo, il rito, la preghiera e la parola che loro conoscono. Chiede ad ognuno di riconoscere la propria identità, la propria umanità di fronte a Dio, nell’intima preghiera solitaria e silenziosa.

Un silenzio che grida, in realtà, al mondo Pace e Umiltà, Fede e Carità.


Io non ero presente, ma leggendo le parole del Papa, che parla di preghiera, digiuno, ricerca spirituale, immagino un silenzio carico di parole, una forza enorme evocata da così tante preghiere fatte all’unisono, ognuna nella propria lingua e secondo la propria tradizione. Non dimentichiamo che c’è un motivo profondo se tutte le religioni del mondo utilizzano la preghiera, tutte danno al suono un significato profondo.

Infatti, come anche dice il Vangelo di Giovanni (1, 1-5)

 

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta
.

 

In principio era il verbo, ovvero la parola, ovvero il suono. Perché dal suono (che è ritmo, forma e colore) tutto prende vita, tutto è luce, suono e forma. Questo lo ritroviamo in tutte le religioni, spiegato in modo diverso, con parole diverse, ma indica la nostra unione e uguaglianza davanti al Dio creatore.

E infatti tutti noi, al di là del Credo, rendiamo Grazie al nostro Dio tramite le parole espresse nelle preghiere.


Nello Yoga, e quindi nella tradizione induista, l'importanza del suono è fondamentale, ed è legato alla recitazione di Mantra, attraverso l'uso del sanscrito, lingua considerata sacra e quindi l'unica "ufficiale" e l'unica utile alla recitazione stessa.

Il Maha Mantra, ovvero il Bij Mantra principale in quanto fu il primo, è il suono AUM (che si pronuncia OM) ed è legato alla creazione, ovvero la tradizione sostiene che questo sia il suono, la vibrazione, che veniva emessa dalla creazione stessa, quindi è il primo suono che fu emesso.

 
Sui piani sottili ogni suono (Nada) ha la sua forma (Rupa), ogni cosa viene creata attraverso un suono, ovvero una vibrazione (Spanda), un movimento della materia primordiale (MulaPakriti), dinamizzata grazie al potere che il Purusha (prinicipio maschile) ha di metterla in moto.


L’ importanza del Maha Mantra è tale che nella maggior parte dei Mantra c’è sempre la parola AUM, e l’AUM stesso è un Mantra, il più sintetico, ma comunque il più importante e più potente.

Inoltre il suo significato non termina qui, infatti le sue tre lettere: A, U, M, sono legate alla Trimurti, ovvero alle tre energie che provengono dallo stesso Dio, Ishvara, queste energie sono: Shiva (energia distruttrice), Vishnu (energia conservatrice) e Brahma (energia creatrice).


Si può quindi intendere qui perché le religioni, tutte, abbiano in comune l'uso del suono, della preghiera, un buon punto di partenza per  una mediazione che parte dal dialogo stesso, fatto in fin dei conti di suoni. 

 

DALL'ASHRAM DI SHANTIVANAM VERSO ALCUNE RIFLESSIONI SUL DIALOGO INTERRELIGIOSO

Vorrei fare una riflessione personale partendo da questa citazione, tratta dal saggio “L’ashram di Shantivanam: un incontro tra cristianesimo e induismo” del Prof. Paolo Trianni:
“(…)Una teologia e una spiritualità come quella che si è fatta intorno a Shantivanam è dunque importante. Essa non è confusione, non è relativismo, non è sincretismo, ma semplicemente ricerca di una verità che non può essere contraddittoria. Il cristianesimo ha bisogno di fecondarsi con l'India, di arricchirsi attraverso la sua cultura religiosa. Il messaggio di Cristo, dopo il Giordano, dopo Atene, forse non si deve fermare sul Tevere, forse ora è il momento del Gange... La chiesa si può solo arricchire incontrando l'India, così come si è arricchita incontrando il mondo greco e quello latino. Diceva Le Saux: "Se il mistero cristiano è vero lo si ritroverà intatto anche all'interno dell'esperienza svuotante del Vedanta". In fondo è stato così. Tra le sue ultime e più enigmatiche frasi c'è un'espressione radicale: "Il Cristo per me sono io". In questa esternazione c'è tutto il cristianesimo, ma c'è anche l'advaita, la non dualità del Vedanta, sebbene negli ultimi anni si sia piuttosto avvicinato al tantrismo. Pur con le domande aperte, dunque, e il necessario cammino valutativo che deve fare la teologia, Shantivanam rappresenta un'esperienza di dialogo straordinaria, e una grande ricchezza per la chiesa impegnata a inculturarsi nei contesti dell'Oriente."
Ritengo che, nell’ottica del dialogo interreligioso, l’incontro tra Oriente e Occidente sia necessario per comprendere meglio noi stessi, le nostre origini e così le origini della nostra fede. D’altronde Gesù stesso non è nato in Europa o in America. Si dice che grandi Maestri come ad esempio Paramahansa Yogananda (1893-1952 autore di “Autobiografia di uno Yogi”) sono stati inviati in Occidente perché avevamo bisogno dello Yoga e degli insegnamenti ad esso correlati.
In effetti è così: abbiamo grande bisogno degli insegnamenti dei grandi Maestri Orientali, ma non per rinnegare la nostra fede e scoprirne un’ altra, ma proprio per creare una fede ancora più forte, concreta e solida, partendo dall’incontro delle due religioni. Un ritorno alle origini che in questa epoca nera abbiamo perso e dimenticato troppo spesso.
In questo articolo mi riferisco all’incontro tra Induismo e Cristianesimo. L’induismo è la religione più antica esistente, soprattutto la più immutata nel tempo. E’ forse l’unica religione così aperta da porsi già di per sé, per sua natura, a favore del dialogo fra le religioni, prima ancora che in Occidente si cominciasse a parlare di dialogo. l’India è uno dei pochi paesi, se non l’unico, in cui non ci fu antisemitismo, un paese in cui molti ebrei si rifugiarono, senza venire discriminati.
Vi sono molte critiche, dal punto di vista cristiano, rivolte alla visione teologica induista, ma per quanto riguarda la mia esperienza e i miei studi, fino ad ora incontro molti (e sempre di più) punti di contatto che distanze.
Innanzitutto l’induismo sottolinea sempre l’importanza dell’esperienza personale con il Divino, prima ancora che le parole di grandi teologi, che rimangono comunque essere umani. Ciò non toglie la fondamentale importanza dei Testi Sacri e della loro indiscutibili Verità (come giustamente avviene per ogni religione), ma rimane il fatto che l’induismo sia la religione più aperta e flessibile.
Nello Yoga, a volte e sempre da un punto di vista cristiano, viene criticata la visione dell’ Advaita Vedanta, la Non Dualità tra Maya (il mondo illusorio che ci circonda) e Dio, ovvero la teoria della realtà secondo cui non esisterebbe distinzione tra Creatore e creato.
 
Io ritengo che la questione sia ancora aperta, un dialogo da proseguire, perché nel Vedanta esistono anche altre due correnti ortodosse, che solo il Dvaita (è la teoria della realtà che sostiene la distinzione delle anime e del mondo, cioè il dualismo tra la creazione e il Creatore, pur nel loro inseparabile ed eterno legame, è la visione più vicina al cristianesimo) e il Dvaitaadvaita (Maya e Dio sarebbero la stessa cosa ma anche, e contemporaneamente, divisi e distinti).
 
Non possiamo quindi, quando parliamo di induismo, chiuderci dentro una sola parola, una sola affermazione, perché più scavi nell’induismo, più trovi, e non c’è fine alla ricerca.
La visione del mondo secondo l’induismo da una spiegazione a questo: Brahmanda Pindanda: il piccolo si ritrova nel grande e viceversa. Quindi la realtà è tutto e il contrario di tutto.
La speculazione filosofico-teologica è importante per la crescita individuale, ma rimane frutto dell’uomo, solo l’esperienza personale e l’intimo dialogo con Dio, come ad esempio attraverso lo Yoga, ci darà le risposte giuste.
Nei suoi discorsi Sri Chandra Sekharendra Saraswati Swamigal (1894 – 1994) sostiene che la Grazia ci è data dal Brahman attraverso la Moksa (liberazione), se non in questa vita nelle future, purchè continuiamo la nostra ricerca verso la Verità e l’Unione.
Si critica spesso anche la visione dell’induismo come di una religione che non dà grande importanza all’individuo, alla sua personalità, perché è comunque parte di un Tutto, mentre il cristianesimo dona all’individuo la sua personale importanza. Sinceramente, umilmente, non sono d’accordo.
Ci si ferma all’idea delle caste, all’idea del Karma, ma guardandoli solo in superficie, dipingendo il ritratto di un’India crudele e classista. In un’attenta analisi si dovrebbe prendere singolarmente la cultura, la società, i costumi e la religione, gli individui, ed eventualmente analizzare un fenomeno alla volta, sotto i suoi vari aspetti e contesti.
Rimanendo all’interno dell’induismo solamente, ritengo che il Dio indù non potrebbe non dare importanza al singolo: intanto perché ama le sue creature come il Dio cristiano, come d’altronde avviene da parte di ogni forma di Divino in ogni religione.
In secondo luogo, prendendo in considerazione la pratica dell’ Astanga Yoga, si presuppone uno stile di vita che prende necessariamente in considerazione l’Altro: il rispetto per l’ Altro, la non violenza, l’onestà, la castità, e così via..(Yama e Niyama), tutti atteggiamenti e precetti etico-morali che non possono prescindere dall’incontro con l’Altro, in terzo luogo, se l’individuo non fosse importante non si potrebbe parlare di elemosina verso i poveri: i Samnyasin (i rinunciatari) non potrebbero basare la loro sopravvivenza solo sulle offerte e non ci sarebbe un percorso verso la Moksa (liberazione) che presuppone l’abbandono dell’Ego e dell’attaccamento materiale.

martedì 7 gennaio 2014

VI PRESENTO IL "DIM"


Origini e storia del DIM

Con la sigla DIM si intende “Dialogo Interreligioso Monastico” un organizzazione presente in tutto il mondo, la cui sede italiana si trova ad Assisi. Il Dim nasce in seno all’ordine monastico dei Benedettini.

Il Dim è, per definizione, un organizzazione che si occupa del dialogo intrareligioso, difatti, se il Pontificio Consiglio ha dato la descrizione di quattro diverse forme di dialogo interreligioso, quello su cui il Dim pone l’attenzione è il dialogo esperienziale. Il dialogo dell’esperienza è, in fine dei conti, espressione del monachesimo, la cui vocazione è proprio la contemplazione e l’esperienza della religione vissuta “dal di dentro”, immergendo corpo e spirito nella religione, vivendo sul proprio corpo le parole scritte nei Testi Sacri.

Nel Dim si parla di dialogo intrareligioso in quanto questa immersione nella religione e nei suoi precetti, viene fatto non solo all’interno della propria religione di origine, ma anche all’interno delle altre religioni, scambiandosi in un dialogo con Dio le proprie esperienze di monaci. Infatti, nel Dim, vi sono monaci benedettini ospiti di ashram indù, monasteri zen, e così via, e viceversa, si possono trovare monaci di altre religioni presso monasteri benedettini.

Il senso del DIM

Nel Dim troviamo l’incontro e lo scambio attraverso un dialogo contemplativo, ovvero relativo l’esperienza religiosa, intrareligioso (incontro di diverse religioni) e delle mistiche (tipico delle esperienze monastiche). In questo contesto il lavoro del Dim si divide tra un dialogo interreligioso in toto e un dialogo interreligioso specifico dell’ambito monastico. Ovvero, se l’esperienza del Dim nasce e cresce all’interno dei vari ordini monastici, è anche vero che i risultati ottenuti sono contestualizzabili all’interno del dialogo interreligioso in generale, essendo luogo di incontro, scambio e crescita che favorisce una buona convivenza e una sana inculturazione fra le varie religioni, che si tratti di ordini monastici o meno, che si tratti della vita di fede di religiosi o di laici. Il Dim è uno strumento, un luogo di incontro e crescita essenziale nell’epoca che stiamo vivendo, in cui necessitiamo una rivisitazione del dialogo, dell’incontro con l’Altro, dell’esperienza religiosa, dell’incontro con il Divino tout court.  Con “senso del dialogo interreligioso in generale” si intende, non il fondare una nuova religione, universale e comune a tutti, ma piuttosto il rivivere la propria religione in un’ottica nuova, rivivere il senso del proprio battesimo in un contesto di dialogo e incontro con l’Altro. Dialogo interreligioso significa conoscersi meglio, conoscere l’Altro meglio, non chiudersi in un autoreferenzialismo imbevuto di azioni e pensieri chiusi, bigotti o fondamentalisti. Il Dialogo è necessario nella nostra epoca, e negarne l’importanza significa già peccare di presunzione e non seguire in realtà lo stesso messaggio di pace e amore universale che Dio ha donato e trasmesso a TUTTE le religioni.
 

Come ha definito Panikkar, il dialogo è un “incontro indispensabile”. A mio avviso, leggendo il Vangelo con attenzione e apertura, Cristo fu il primo mediatore culturale della storia, basti pensare all’incontro con la Samaritana. Cristo ha sollecitato sempre i discepoli e il popolo tutto, all’incontro e all’amore verso tutti, verso gli ultimi in special modo. L’incontro con l’Altro non deve dar vita ad una nuova religione, costruita a nostro uso e consumo (abitudine molto occidentale), ma deve porsi nell’ottica di un reciproco arricchimento, all’interno della propria religione.

 
Ma perché proprio dialogo intrareligioso nel mondo monastico? Il Dim muove i passi della sua missione partendo dall’esperienza monastica in quanto il monachesimo è la forma più antica di religiosità e denominatore comune di tutte le religioni, nonché incontro tra l’esperienza religiosa Orientale con quella Occidentale. L’esperienza mistica, proprio per le sue peculiarità di vissuto esperienziale della religione, di contemplazione, devozione e studio dei Testi Sacri, è luogo di contatto con le altre spiritualità e occasione di arricchimento fra le stesse.


Spiritualità e teologia del dialogo interreligioso (monastico)


Partendo dalla lettura del discorso del Concilio Vaticano II “Nostra Aetate” possiamo già intuire l’importanza e la necessità, nonché l’urgenza, della riflessione del dialogo interreligioso all’interno del mondo religioso e non. Da questo punto di partenza possiamo analizzare la spiritualità del Dim: il dialogo diventa spiritualità esso stesso, soprattutto se il luogo prende forma il dialogo è l’esperienza monastica, fatta di esperienza e intimo dialogo con Dio. La differenza religiosa diventa luogo di riflessione, dalla propria religione e la propria esperienza religiosa in primis.

Altra caratteristica dei monaci è l’ospitalità (caratteristica comune nelle culture orientali, in cui nasce tra l’altro il monachesimo), dall’ospitalità nasce necessariamente il confronto e il dialogo, ospitalità significa anche condivisione (di vita, di pensiero, di cibo, di esperienze…). L’ ospitalità è anche sinonimo di accoglienza e rispetto del diverso (se sono accogliente lo sono con tutti, a prescindere di chi sia e da dove provenga, perché riconosco in lui il diverso da amare, accogliere, riconoscere e con cui dialogare.)

Il dialogo con il diverso è fonte di ricchezza, un luogo intimo in cui posso mettere in discussione me stesso e le mie idee, cercando il vero volto di Dio e la Verità.

E’ come quando si sostiene che solo viaggiando posso apprezzare e desiderare il ritorno a casa che avviene dopo il viaggio.


Il problema teologico rimane, in quanto questo dialogo non deve dare vita ad una “terza” religione, fatta a misura delle mie specifiche richieste, questa esperienza mi deve arricchire, purché io rispetti la mia religione: non si tratta infatti di un “supermercato della spiritualità”, che potrebbe cadere facilmente in una forma di New Age.. dove Oriente e Occidente si incontrano, il più delle volte creando dei “prodotti” adatti e adattati alle esigenze del fedele occidentale, caratterizzato spesso (spessissimo in questo contesto), dalla “fretta” di imparare e di assimilare le caratteristiche di una religione orientale, senza avere l’accortezza, la pazienza e l’umiltà di animo di studiare seriamente questa forma culturale e religiosa, ma prendendo solo ciò che più mi aggrada.

Il problema teologico rimane un dialogo aperto, ma è fondamentale per dare spessore culturale, ufficialità al discorso interreligioso, ufficialità religiosa non tanto per possedere un titolo o un riconoscimento, ma proprio perché il fedele possa affidarsi e confrontarsi nella certezza di trovarsi su di un percorso reale in cui ricercare il volto di Dio, all'interno della sua Fede, nel rispetto dei Testi Sacri (tutti), in un' ottica moderna e di attualità sociale, ricca di dialogo e incontro con l'Altro.