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mercoledì 28 ottobre 2015

TI RACCONTO UN LIBRO...


 
“Le ragioni del corpo. I centri di energia vitale nell’esperienza cristiana.” di Antonio Gentili, ed. Ancora,2007

 


Tav. 12 contenuta nel libro: Cristo Energizzatore. Icona conservata nella Casa di Esercizi di Eupilio.

Già dalla prima pagina l’autore dà una definizione di corpo, sostenendo che si tratta di un ospite e compagno dell’anima. Fin da questa definizione si può intendere come questo libro cerchi di trovare degli agganci tra una visione cristiana del corpo e della preghiera, con le tecniche psico-spirituali dello yoga, in particolare della meditazione. Il libro descrive, passo passo, il legame tra i centri energetici, o cakra, e i punti vitali che possiamo incontrare anche nei racconti del Vangelo e nella pratica della preghiera profonda. Ad esempio, a pagina 27, l’autore tratta del segno della croce: «Il segno della croce non nasconde un cammino di autentica iniziazione al mistero? Esso comporta anzitutto la progressiva familiarizzazione con l’unico e trino Signore. (…) L’energia che essi racchiudono (…) viene accolta dall’intera nostra persona, dal momento che il gesto fonde la dimensione verticale (altezza-profondità) con quella orizzontale che ci dilata ai confini del mondo. In particolare, sulla mente e sul cuore si posa la mano benedicente come ad indicare i due centri più importanti in ordine all’esperienza interiore (…)». Il libro elenca, uno per uno, tutti i centri energetici, dividendo i tre centri inferiori (corrispondenti al I, II e III cakra) dai quattro superiori (dal IV al VII), ogni capitolo è corredato da esercizi spirituali che aiutano il praticante a mettere in pratica questa interiorizzazione dei centri energetici utilizzando temi e “ambientazione” tipiche della preghiera cristiana. In particolare l’autore fa riferimento alla preghiera a Gesù o Preghiera del Cuore, conosciuta anche come preghiera del Pellegrino Russo, tecnica di preghiera profonda usata dagli esicasti, uno splendido esempio di incontro tra spiritualità orientale e occidentale che anticipa i padri della Chiesa e il “moderno” cristianesimo. In ultima analisi l’autore porta esempi di esperienze mistiche di alcuni santi, che hanno fisicamente esternato il contatto con il divino attraverso una specifica zona del corpo. Per capire meglio vediamo una piccola carrellata di tutti i centri energetici, partendo dall’alto e scendendo verso il basso:

La sommità del capo – VII cakra, Samsara

L’autore cita anzitutto la rappresentazione dell’aureola come costante dell’iconografia cristiana, spesso rappresentata anche con lingue di fuoco, come simbolo dell’irradiazione dello spirito santo, che nello yoga è rappresentato dal suono Om, come disse il maestro Paramhansa Yogananda nel suo libro “Il vangelo di Gesù, vol 1” (Vidyananda Edizioni, 1999).

L’occhio spirituale – VI cakra, Ajna

Sede dell’apertura al trascendete, della chiaroveggenza e del discernimento. Qui l’autore riporta esempi di Santi che ebbero il carisma della chiaroveggenza, ovvero della premonizione di eventi realmente accaduti

La bocca/gola – V cakra, Vishuddi

L’autore racconta qui degli episodi registrati in ambiente cristiano di glossolalia, ovvero il dono di parlare lingue sconosciute, durante una profonda preghiera/meditazione.

Il cuore - IV cakra, Anahata

Sede dell’amore cristico, anche secondo lo Yoga tradizionale, l’autore qui ci parla della tradizione mistica in cui non sono pochi gli esempi di «trafitture, trapianti e sostituzioni di cuore».

Il plesso solare – III cakra, Manipura

Meno vistose le attivazioni carismatiche riguardanti i 3 cakra inferiori, l’autore ci parla della «straordinaria forza che si sprigiona nei martiri quando devono affrontare prove atroci».

Le viscere – II cakra, Swadhisthana

Qui, entrando più in una manifestazione emotiva piuttosto che fisica, l’autore parla della grande carità espressa da molti santi. Come se la commozione davanti alla povertà e al dolore “aprisse le viscere”, basti pensare a Madre Teresa di Calcutta.

Il centro basala – I cakra, Muladhara

Riguardo questo centro energetico l’autore ci parla della lievitazione dei santi, sottolineando come l’energia, durante le pratiche spirituali, salga dal basso verso l’alto, attraversando cioè i cakra superiori.

mercoledì 8 luglio 2015

COME AVVIENE LA MEDITAZIONE ATTRAVERSO IL MANDALA?

Stasera i bambini che parteciperanno al laboratorio "Yoga e Mandala" a Castenaso (BO)  avranno modo di sperimentare cosa sia un mandala, come si costruisce e perché è usato per la meditazione.
 
Mandala, dal sanscrito, significa "circolo, cerchio, ruota (cakra), disco, orbita". Il mandala è un diagramma mistico che può essere usato per la meditazione attraverso la concentrazione su di esso (così come sugli Yantra) in quanto richiama degli archetipi che giacciono sonnolenti dentro di noi, pronti però a risvegliarsi se richiamati dal suono giusto. Infatti la meditazione attraverso la visualizzazione di una forma (Rupa) avviene assieme alla ripetizione di mantra (Japa) ad esso collegato. Questo accade in quanto il mandala è un cosmogramma simboleggiante un particolare stato di coscienza che viene quindi risvegliato meditando su di esso.
 

 
 
Come meditano i bambini?
L'uso del mandala nelle lezioni di yoga per bambini è diversificato, le tecniche artistiche e la fantasia su come usare un mandala ha fine sono quando avrà fine la nostra creatività! Stasera in particolare, cercherò di far vivere ai bambini la vera tradizione del mandala, dandogli il materiale per poterne creare uno con la sabbia colorata.. ovviamente, essendo un  mandala per loro, ci saranno anche tanti glitter luccicosi, e non distruggeremo il mandala dopo averlo creato, come la tradizione insegna, ma lo porteremo a casa come un prezioso amuleto di pace e serenità!
 
Vi aspetto quindi stasera alle 20.45 a Casa Bondi, Castenaso, per la Festa del Cuore dedicata all'India, leggete tutto il programma, è davvero ricco, sia per adulti che per bambini! L'ingresso è gratuito, il festival comincia stasera e terminerà venerdì sera.
 

 
 


venerdì 26 giugno 2015

SUMMER JAYA!

 

Amiche, amici, siete tutt* calorosissimamente invitati a festeggiare con noi: SUMMER JAYA for NEPAL Terza edizione della festa di fine anno di Associazione Jaya!MARTEDì 30 GIUGNO 2015
Parco del Cavaticcio e Cassero
accesso da Via Don Minzoni 18, via Fratelli Rosselli e Via Azzo Gardino
PROGRAMMA
ore 18.30 • 3 YOGA SUL PRATO

La fluidità del respiro || una pratica di Yoga Sivananda conduce Camilla de Concini Di aria e di acqua || una pratica di Yoga Kundalini conducono Giulia Borghi e Giuditta Pellegrini Fluire e galleggiare, alla ricerca dell’amicizia || Raja Yoga per bambin* conduce Nadia Berti
Portate i materassini!

ore 21 • SAGGIO/SPETTACOLO DI DANZA INDIANA BHĀRATA NĀṬYAM

Sarasvatī Mangalam
con Giuditta de Concini e le allieve di Associazione Jaya
Nel cuore verde della Manifattura delle Arti, crocevia dell’antico porto fluviale di Bologna, creeremo uno spazio sacro, popolato da dee, dèi e demoni della tradizione indù.
Danzano:
Barbara Loreni, Alice Giuliodori, Francesca Agostini, Paola Perrone, Debora Binci, Lucia Bertossa, Costanza Borsari, Daniela Merli, Serena Zardini, Irene Boggian, Jessica Ferrari, Susan Falconi, Gabriella Birardi Mazzone, Benedetta Milani, Valentina Mazza, Costanza Fucili.
Tutti gli eventi di SUMMER JAYA sono a offerta libera, il ricavato dello spettacolo e delle pratiche di yoga verrà devoluto a favore delle persone colpite dal sisma in Nepal, attraverso Associazione Asha. In collaborazione con Cassero e Associazione Asha, nell’ambito di Avantgarden e Bè Bologna Estate 2015

info: namaste@associazionejaya.it, FB Jaya AssociazioneCulturale, associazione jaya.it
 

AVVICINIAMOCI ALLO YOGA

Un articolo dell'amica e collega Giuditta Pellegrini, insegnante di Yoga Kundalini di Associazione Jaya su Terra Nuova
 
 


 

lunedì 16 marzo 2015

PAWANMUKTASANA, TEORIA E PRATICA, PARTE III



Un po’ di teoria:

I Pawanmuktāsana sono esercizi preparatori alle āsana e sono estremamente importanti nel favorirne la corretta esecuzione ed evitare danni importanti alle articolazioni causati da sforzi non corretti dei distretti muscolo-articolari. Per poter praticare correttamente e prolungatamente le āsana, anche quelle più semplici, è necessario praticare i pawanmuktāsana costantemente e per lungo tempo. "Pawan" significa "vento", "mukta" significa "liberato" e "āsana" significa "posizione". Nell'antica tradizione medica dell'Āyurveda vengono descritti tre principi bio-energetici, conosciuti come dosha, che condizionano l'organismo umano e sono vāta, pitta e kapha. Come tutto nella tradizione Vedica, di cui lo yoga e l'āyurveda sono letteralmente parte, i dosha sono sostanziati dai pañcamahābhūta (i 5 grandi elementi della Creazione). L'elemento in questione che viene "liberato" dai pawanmuktāsana è vāyu, ovvero l'Aria. E vāyu è uno dei due elementi che compone il vāta dosha, uno dei tre principi bio-energetici citati prima. Tutti e tre i dosha, semplificando, svolgendo le loro rispettive funzioni, producono degli scarti metabolici residuali. Il vata dosha produce tossine (āma) in forma di vāyu, l'aria. Le tossine del vāta dosha si accumulano attraverso due modalità; una attraverso i gas intestinali e l'altra meno evidente ma non meno dannosa, congestiona le articolazioni del corpo e nel tempo, se non adeguatamente trattata, causa dapprima rigidità poi dolore e disturbi reumatici. Queste tossine sono provocate da normali scarti metabolici che se, però, non vengono eliminati, causano reazioni chimiche scorrette con conseguente aumento di tossine creando un circolo vizioso che si autoalimenta. La pratica dei pawanmuktāsana serve, dunque, per rimuovere l'accumulo degli scarti prodotti dal vāta dosha ed è preliminare necessario allo svolgimento delle āsana, anche quelle più semplici.

Ecco il terzo video sulla pratica dei Pawanmuktasana:
VEDI IL VIDEO QUI

E per chi si fosse perso gli altri due tutorial, ecco il link al post:

TUTORIAL NR.1 E 2



 

giovedì 19 febbraio 2015

YOGA ED ESICASMO:LA LETTURA DI UN LIBRO




Yoga ed esicasmo è, innanzitutto, uno dei temi che mi hanno spinto a scrivere la tesi "Yoga e Cristianesimo: un incontro possibile", un tema in continua evoluzione che ad oggi è troppo poco conosciuto e discusso. Tant'è che "Yoga ed esicasmo" è il titolo di un libro, un'altra tesi, scritta da Flavio Poli a Bologna, nell'anno accademico '78-'79. Sono passati parecchi anni, ma non ho ad ora trovato altri studi così specifici sul tema, è un libro di difficile reperimento, che necessita a mio avviso maggiore visibilità e una riflessione in più da parte di autori e docenti d'oggi. Così come gli altri testi e autori che lo stesso Poli utilizza nella sua ricerca.

 
L'autore analizza nella prima parte del testo l’origine dello Yoga, nella seconda parte analizza l’esicasmo nella tradizione della chiesa orientale, infine nella terza parte ricerca i contatti e le comparazioni fra le due discipline spirituali.

Esicasmo, una definizione plurale: secondo l’autore dare un significato al termine esicasmo non è semplice e non porta ad un unico concetto. L’autore cita innanzitutto Meyendorff che rileva almeno 4 definizioni:

1. Esicasmo è quel fenomeno della vita monastica cristiana basato sull’eremitismo, la contemplazione e la preghiera pura;

2. L’esicasmo raggruppa i metodi psico-somatici di preghiera;

3. un sistema che si fonda sulla distinzione nella divinità tra “l’essenza” trascendente e le “energie” increate attraverso cui Dio diviene conoscibile all’uomo in Cristo;

4. Infine esicasmo distingue un’ideologia sociale e culturale nata a Bisanzio.

Il punto in comune fra queste definizioni non è data, secondo Poli, dall’unicità della tecnica spirituale, ma dal condiviso obiettivo di intraprendere una via verso la conoscenza sperimentale di Dio, nonché la centralità data alla vita sacramentale e la deificazione come fine ultimo dell’uomo.
 
 
 
Scrive Poli: «Il gesuita Bernhard Schultze pubblica su “Orientalia Christiana”, il periodico del Pontificio Istituto di Studi Orientali, un’analisi sulla preghiera di Gesù. Egli nota un parallelismo indiano di un concetto esicastico, fino ad allora, mai considerato. Schultze rileva che l’esicasmo tende all’unione dello spirito e del cuore, per attuare la “guardia del cuore” (kardiakê prosochê). L’attenzione (nêpsis) che ne consegue, permette al praticante di essere libero in una totale disponibilità, che non può che condurlo a Dio. (…) Egli scorge un altro parallelo fra la “guerra spirituale” o “combattimento invisibile” – un tema centrale della spiritualità esicasta che la riprende da S.Paolo – il dovere di combattere di Arjuna nella Bhagavadgītā.».
 
Inoltre il termine hêsychia viene tradotto con “soppressione dei pensieri”, il che ci collega rapidamente alla definizione di Yoga data da Patanjali nei primi versi dello Yoga Sutra: lo yoga è la soppressione delle fluttuazione mentali (Yogaś cittavŗittinirodhah). Altri autori, citati sempre da Poli, studiarono e ritrovarono le attinenze tra la tecnica della preghiera di Gesù e lo yoga, in particolare la recitazione dei mantra (Japa), tra questi vi sono Raniero Gnoli che scrisse al riguardo un articolo nel 1953, il quale vede le grandi similitudini tra il metodo indiano e quello dell’’Oriente cristiano e l’attenzione data alla respirazione e al cuore. Con “Preghiera di Gesù” si intende la ripetizione ad alta voce o in modo silenzioso, della preghiera: «Signore Gesù, abbi pietà di me» o «Kyrie eleison». Questa semplice preghiera andava svolta con l’ausilio di un rosario, simile alla Mala indiana, e andava anticipata da esercizi fisici e controllo del respiro (ritenzione del soffio), grande importanza veniva data anche alla postura, come insegna lo Yoga che sottolinea la fondamentale importanza di una schiena eretta, dell’uso delle Asana e del Pranayama per indurre al Dharana (concentrazione) e quindi alla Dhyana (meditazione).

Altro dato molto interessante è la similitudine riscontrata dallo ieromonaco Anthony Bloom il quale, sempre nel 1953, scrisse un articolo dove introduceva il concetto di “yoga cristiano” ed elencava dei centri di concentrazione concepiti dalla mistica esicasta che non erano dissimili dal concetto e dal luogo dei cakra. I principali “centri dell’attenzione” si trovano: nello spazio fra le sopracciglia, il centro bucco-laringeo, il centro pettorale e il centro cardiaco.


venerdì 13 febbraio 2015

YOGA IN GRAVIDANZA, APRE IL CORSO A BOLOGNA!

Il 24 Febbraio dalle 17.30 alle 18.30 inizia, con Nadia Berti, Yoga in gravidanza.
 
YOGA in GRAVIDANZA
 
 

 Praticare Yoga durante i mesi dell'attesa per la futura m
amma significa:

• superare i disturbi tipici della gestazione
• far fronte alle ansie e alle paure che il diventare madre porta inevitabilmente con sé
• affrontare il parto con serenità
Il corso sarà un momento di relax e condivisione fra mamme.
Lo Yoga praticato sarà particolarmente dolce, adattato alle gestanti sino alla fine della gravidanza.
Alla fine di ogni incontro è prevista un po’ di meditazione per prepararci al meglio al momento del parto.
 
Per informazioni contatta la Segreteria del Centro Bertasi
dal lunedì al venerdì ore 15-19, tel. 051.375647
oppure scrivendo a centrobertasi@gmail.com
 

domenica 28 dicembre 2014

LA RASSEGNA STAMPA SULLO YOGA E LA MEDITAZIONE

 

Meditazione e respiro per ridurre le infiammazioni




Il sistema nervoso autonomo e il sistema immunitario possono essere influenzati con una semplice tecnica di respirazione e meditazione, che riduce la produzione delle sostanze che stimolano i processi infiammatori e aumenta quella delle sostanze antinfiammatorie. La tecnica, messa a punto dal recordman di resistenza al freddo, potrebbe essere di aiuto a chi soffre di patologie autoimmuni. Il sistema nervoso autonomo e il sistema immunitario innato possono essere influenzati volontariamente sfruttando alcune semplici tecniche di respirazione e di meditazione. A dimostrare questa possibilità - potenzialmente di aiuto ai pazienti affetti da patologie associate a stati infiammatori persistenti o da malattie autoimmuni – è stato uno studio condotto da ricercatori della Radboud University a Nijmegen, nei Paesi Bassi, che firmano un articolo pubblicato sui “Proceedings of the Natoonal Academy of Sciences”.

La ricerca di Matthijs Kox e colleghi ha preso spunto dallo studio che lo stesso gruppo aveva precedentemente condotto su un loro connazionale, Wim Hof, che detiene diversi record mondiali di resistenza al freddo. Applicando una tecnica di respirazione e meditazione da lui sviluppata, Hof è in grado di mantenere normale la propria temperatura corporea anche dopo un ora di immersione senza vestiti in una vasca di ghiaccio, un tempo normalmente sufficiente a indurre un'ipotermia mortale. In quello studio i ricercatori avevano scoperto che Hof riusciva ad alterare volontariamente l'attività del suo sistema nervoso simpatico, che a sua volta influiva sul sistema immunitario attraverso l'attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene.

In seguito a questa scoperta, i ricercatori hanno deciso di verificare se Hof fosse una “anomalia” biologica o se quelle prestazioni fossero davvero legate alla tecnica che usava.Hanno quindi condotto uno studio su 24 volontari, metà dei quali ha seguito un training di circa 10 giorni sotto la supervisione dello stesso Hof, mentre l'altra metà formava il gruppo di controllo. Successivamente, a tutti i soggetti è stata iniettata una tossina batterica per testare le risposte immunitarie.

Rispetto ai soggetti di controllo, nel sangue dei volontari
addestrati sono stati riscontrati livelli più elevati di adrenalina e e della citochina anti-infiammatoria IL-10, e livelli più bassi delle citochine proinfiammatorie IL-6, IL-8 e del TNF-α. Inoltre, sul piano clinico, è stato osservato un minor numero di sintomi di tipo “influenzale” in risposta alla tossina.

Questi risultati suggeriscono la possibilità di usare questa tecnica come terapia di supporto a malattie autoimmuni come l'artrite reumatoide e le malattie infiammatorie intestinali, diminuendo così il ricorso ai farmaci, che non sono privi di effetti collaterali.

Tuttavia, osservano Kox e colleghi, serve una confermare che le conclusioni dello studio, condotto su un modello di infiammazione acuta, sono applicabili anche alle infiammazioni croniche. Inoltre bisognerà capire se tutti i passaggi del training di Hof sono necessari per ottenere il risultato o se solo alcuni – per esempio, la tecnica di respirazione - sono quelli determinanti.
 
Fonte: "Le Scienze. Edizione italiana di Scientific American" articolo pubblicato il 07/05/2014
 

Yoga e meditazione migliorano il cervello

Eseguire regolarmente tecniche meditative e yogiche può migliorare nettamente le prestazioni cerebrali al punto da poter controllare con destrezza un computer con la mente
 



Pratiche millenarie per eccezione, la meditazione e lo yoga aiutano a essere più sereni interiormente, ad avere una migliore prestanza fisica e – secondo le ultime ricerche – ottimizzano al massimo le funzioni cerebrali. A detta degli studiosi, tutto ciò potrebbe avere importanti implicazioni anche su persone affette da malattie degenerative e paralizzanti.
Per arrivare a tali conclusioni, un team di ricerca dell’Università del Minnesota ha raggruppato più di trenta volontari. Dodici di loro aveva almeno un anno di esperienza di yoga o meditazione per un minimo di un paio di ore alla settimana. Il gruppo di controllo, invece, era formato da 24 partecipanti sani che avevano poca o nessuna esperienza con tali tecniche. Nessuno dei due gruppi, tuttavia, aveva mai avuto a che fare con i sistemi che sfruttano il cervello per controllare un computer.

Ognuno di loro ha quindi partecipato a tre esperimenti di due ore ciascuno nel corso di un mese. I volontari utilizzavano apparecchi ad alta tecnologia collegati al cuoio capelluto in maniera da controllare l’attività cerebrale. Le persone dovevano
provare a spostare il cursore sullo schermo del computer immaginando i movimenti che avrebbero compiuto con la mano destra o la sinistra.Chi aveva una certa dimestichezza e familiarità con lo yoga o la meditazione ha dimostrato di avere il doppio delle possibilità di completare l’attività interfacciata cervello/computer.
Il tutto è stato stabilito attraverso 30 prove in cui è stata verificata anche la velocità di risposta che era tre volte migliore in chi pratica yoga e affini.

«Negli ultimi anni, c’è stata molta di attenzione sul miglioramento computer/cervello e interfacciamenti al computer, ma molto poca attenzione al solo lato cervello», spiega Bin Lui, professore di ingegneria biomedica presso l’Università di College del Minnesota e direttore dell’Istituto dell’Università di Ingegneria in Medicina.
Bin Lui è stato oggetto di particolare attenzione mediatica l’anno scorso quando i membri del suo team hanno potuto
dimostrare come sia possibile pilotare un robot esclusivamente con la propria mente.Purtroppo in questa fase hanno anche scoperto che non tutte le persone sono in grado fare tutto ciò abbastanza velocemente imparando l’abilità in tempi brevi. Ecco che il nuovo studio ha senz’altro posto l’accento nel vantaggio che possono trarne le persone che costantemente praticano tecniche meditative.
La ricerca è stata recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Technology.
 

Fonte: La Stampa Salute pubblicato il 07/10/2014

 
E tanti altri articoli sul Sole24Ore: http://salute24.ilsole24ore.com/tags/1984-yoga

  
 

mercoledì 24 dicembre 2014

AMEN E OM, da Yoga Journal

Un padre barnabita scopre nella disciplina indiana un canale di incontro con Dio. Yoga Journal lo ha intervistato
di Gordana Stojanovic
Amen__Om_2
Chi ha detto che preghiera cristiana e yoga non abbiano alcun punto in comune? Per Padre Antonio Gentili, uno dei nove Frati Barnabiti che vivono nella “Casa per Ritiri Spirituali” di Eupilio, in provincia di Como, ne hanno, e parecchi. Per lui, asana e meditazione sono due preziosi strumenti per avvicinarsi a Dio. Ci ha spiegato perché.

Padre Gentili, lei appartiene all’ordine dei Barnabiti e pratica yoga e meditazione, cosa assai strana per un frate cristiano. Qual è stato il percorso che l’ha portata a questa scelta?
«A partire dagli anni Sessanta, in ambito cattolico hanno cominciato a diffondersi le tecniche meditative dell’Asia, in particolare dello Zazen. L’orientalista tedesco, Karlfried Von Dürckheim ebbe l’occasione di soggiornare in Giappone dove conobbe tale metodo. Tornato in Germania ne parlò con il catecheta K lemens Tilmann, che cominciò a praticare e scrisse diversi libri. “Guida alla Meditazione” (Ed. Queriniana, pp. 432,  16,53), per esempio, è un vero e proprio decalogo che insegna a noi occidentali come meditare». E cosa dice a riguardo? «Il metodo proposto da Tilmann è quello dello Zazen impostato sul respiro nelle sue quattro fasi. Le prime due si focalizzano sull’espiro che prevede una durata prolungata, la fase intermedia vede la ritenzione a polmoni vuoti, infine, segue l’inspiro. Le parole che si legano ai diversi stadi sono: abbandonare, discendere, unirsi, rinnovarsi; trasformate da l’autore in “via da me, verso di Te, tutto in Te, rinnovato da Te” dove questo “Te” si riferisce a Dio. Contemporaneamente ai testi di Tilmann, il monaco trappista statunitense Thomas Merton scrisse diversi volumi sulle grandi tradizioni mistiche e meditative dell’Oriente. La ricerca di Merton mi ha molto incuriosito. Per quanto riguarda lo yoga, ho iniziato a praticare quando sono arrivato a Eupilio seguendo una brava insegnante. Successivamente mi sono trasferito per 6 anni a Roma e ho continuato con una suora, anch’essa insegnante yoga, nell’Oratorio di San Paolo (di fronte a San Paolo Fuori le Mura)».

Oggi, anche lei insegna yoga?
«Più che insegnante sono un praticante. Quando sono tornato da Roma, fra il 1994 e il 1995, ho iniziato a svolgere delle sessioni di yoga con Mari Colombo, insegnante che lavora con il dottor M. V. Bhole, celebre medico ayurvedico india no. Mari Colombo attualmente tiene tre incontri al lunedì. Da due-tre anni si è aggiunto anche l’insegnante Alessandro Cravera che conduce due ore di lezione ogni mercoledì. Io mi affianco a loro per guidare la fase della meditazione. Tutti i giorni abbiamo in programma un’ora di pratica dove si eseguono esercizi per sciogliere, rilassare e rinvigorire il corpo che attingono sì alla disciplina indiana ma anche al Tai Chi e al Qi Gong. Questi incontri, se l’insegnante di yoga è assente, li seguo io. In generale i corsi che organizziamo sono veri esercizi spirituali».

In vari periodi dell’anno organizzate intere settimane dedicate al digiuno. Ci spiega l’importanza di questa pratica?
«Dovremmo digiunare un giorno alla settimana. La breve astensione al cibo può essere considerata una sorta di terapia dell’anima che rivela l’inutilità di tanti altri atteggiamenti fisici e psichici. Inoltre è un metodo utile per aiutare ad aumentare la forza d i volontà. Seguo tale pratica per quattro settimane all’anno. Durante l’estate organizziamo due periodi di digiuno, una settimana a giugno e una a luglio, e poi tre giorni a settembre (da venerdì sera a domenica ). Si comincia con i metodi di purificazione tipici della disciplina indiana: lavaggi yogici dell’intestino, dello stomaco, jala neti e pulizia della lingua. Gli aspetti più tecnici sono guidati dal naturopata che è anche insegnante yoga, mentre io curo l’aspetto più meditativo. Abbiamo un medico che viene all’inizio e alla fine del ritiro. Durante il corso è richiesto il silenzio, cosicché all’oralità in entrata (assunzione dei cibi) corrisponda la stessa disciplina dell’oralità in uscita (uso della parola)».

Come si pone la chiesa di fronte allo yoga?
«Ricordo che il cardinale Martini si espresse in modo lusinghiero, lodando l’integrazione che si compie nel nostro centro tra le diverse discipline meditative, nel pieno rispetto della tradizione cristiana, anzi nella sua più piena valorizzazione. Il magistero ecclesiastico (Vaticano) è intervenuto in merito con la lettera sulle forme di preghiera (Orationis formas), firmata dall’allora cardinale Ratzinger. In questo testo l’attuale papa si esprimeva in maniera circospetta, facendo vedere i pro e i contro e soprattutto la differenza che caratterizza le prassi meditative asiatiche una volta trasposte in ambito cristiano. Si sa che lo Zazen è a-teistico (non ateo!), non implica un riferimento esplicito a Dio. Chi medita secondo le metodologie dello Zazen si pone dinanzi al “nulla”. Esistono alcuni autori cristiani che spiegano come questo “nulla”, questo “vuoto”, corrisponda al Tutto, a Dio. Nulla– Tutto è la famosa dialettica di cui parlano i mistici. Possiamo acquisire un tipo di meditazione che, nel suo originario contesto, è a-teistico, dal momento che si basa sul silenzio, secondo quanto ci chiede la stessa Scrittura: “Sta’ in silenzio davanti a Dio e spera in Lui: è Lui che agisce”».

Seguite le giornate di pratica e meditazione indipendentemente dai seminari?
«I Barnabiti, così come i Gesuiti, sono nati in un’epoca in cui aveva molta importanza la meditazione. Per altri ordini monastici, invece, ha sempre avuto un peso maggiore la liturgia delle ore: l’attività del silenzio veniva lasciata alla libera iniziativa dei monaci e di solito si collocava alla fine di questa pratica. La meditazione è una preghiera in cui viene sottolineato l’aspetto interiore dell’assenza di parola. Nelle prime costituzioni dei Barnabiti si dice che la preghiera interiore apporta l’energia necessaria per conseguire un’evoluzione e un progresso spirituale. Qui si pratica meditazione mezz’ora ogni mattina (7 alle 7:30) e ogni sera».

Possiamo paragonare asana e preghiera?
«Noi qui ci dedichiamo all’Hatha Yoga, quindi asana e pranayama che sconfinano nel Raja Yoga e nella pratica meditativa–introspettiva. La visione yogica pone l’accento sul rapporto stretto fra l’esterno e l’interno. Considerando che “yoga” vuol dire “unione”, si capisce che l’esercizio fisico con i movimenti e le posizioni stabili aiuta a raggiungere pienamente quelle condizioni di armonia e ordine interiore che portano allo stato meditativo. Con il pratyahara (ritiro dei sensi) e con il mantenimento prolungato degli asana ci si avvicina sempre più a una dimensione di beatitudine».

E riguardo l’uso dei mantra?
«La famosa preghiera del cuore “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore” è un mantra. Nella tradizione dei padri del deserto, invece, era per eccellenza la frase “O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni e prestami aiuto”. Nelle Upanishad la “Om”, il mantra dei mantra, è l’arco che consente alla freccia dell’anima di raggiungere il bersaglio (Brahman). Tale definizione corrisponde a quella che viene data in Occidente alla giaculatoria. “Iaculum” in latino, infatti, equivale a giavellotto. Quindi, il significato del mantra presente nella letteratura induista è simile a quello elaborato dalle tradizioni cristiane. “La nube della non–conoscenza”, testo mistico inglese che abbiamo curato e tradotto, suggeriva come sostegno di una preghiera contemplativa le parole “Dio amore” che polarizzano la mente e la bloccano. Da qui si arriva a un risveglio del cuore. La dimensione del sentire, quindi, si sviluppa quando tace quella del pensare».

Si possono paragonare i concetti yogici di yama (astensioni) e niyama (osservanze) ai 10 comandamenti cristiani?
«Noi qui diciamo spesso: “Voi che venite a praticare avete già al vostro attivo i primi due gradini”. Per passare al pranayama, al pratyahara e al resto, è necessario condurre una vita integra. Yoga non vuol dire andare a rilassarsi o togliere la pancia, bisogna avere le carte in regola, le vere motivazioni, altrimenti fallisce il vero scopo».

Come viene interpretato il karma in ambito cristiano ?
«Non si mette in dubbio questa legge. Ci si può domandare, però, come viene applicata quando il ladro crocifisso accanto a Gesù gli dice: “Ricordati di me quando sarai in paradiso”. Gesù risponde “Oggi sarai con me in paradiso”. La legge del karma è infranta per una grazia. Il ladro ha avuto il coraggio di chiedere perdono, di affidarsi a quel dono di grazia (favore) che Gesù è venuto a portare. Dobbiamo ripensare a questa legge nella quotidianità: un principio universale dentro un’iniziativa salvifica, gratuita, che ha compiuto Dio per amore degli uomini».

Si può essere, allora, più rilassati nei confronti del peccato ?
«Certo. Per quanto si possa sbagliare esiste sempre la possibilità di riscattarsi: tutto ciò è liberatorio. La confessione con “Io ti assolvo” è un attestato di fiducia e significa “Rialzati, cammina”. Viene confermata, così, quel la giusta autostima che una persona deve sempre avere».

La Bhagavad Gita, uno dei testi fondamentali dello yoga, dedica un capitolo alla natura divina e a quella demoniaca dell’uomo. Dice che si possono trascendere l’una e l’altra e realizzare “l’Uno-senza secondo” dentro di sé. Cosa ne pensa?
«Il nostro fondatore Sant’Antonio Maria Zaccaria (che scriveva nel 1500) nel suo libro “Interroga il tuo cuore” dice : “È tanta l’eccellenza del libero arbitrio, mediante la grazia di Dio, che l’uomo può diventare e demonio e Dio, secondo che gli pare”».

domenica 5 ottobre 2014

PER BAMBINI E PER ADULTI, new YOGA IN GRAVIDANZA, tutti i corsi 2014-2015

A Bologna, CORSI PER ADULTI di Raja Yoga, ogni martedì a partire dal 7 ottobre 2014:

Presso Circolo Culturale Sharazad, Via Mascarella 12 ore 15.30-16.45 con Associazione Jaya

Presso Centro Katia Bertasi, Via Fioravanti 22 ore 17.30-18.30 Yoga in Gravidanza ore 18.30-19.30 corso normale 

Presso l'associazione Klaria in via S.Giuliano 15/B (zona S.Stefano) è possibile instaurare un gruppo di yoga su richiesta, oppure prenotare per lezioni individuali/per piccoli gruppi.

Sull'Appennino CORSI PER ADULTI:

Lunedì: ore 18.00-19.30 presso la Ex Colonia Ferrarese, Via Roma, Lizzano in Belvedere (BO)
con Associazione Mu-Rash 

Martedì: ore 18.00-19.30 presso la palestra della Mu-Rash, all'interno dello stabilimento termale di Porretta Terme, Via Roma 5, Porretta Terme (BO) 
con Associazione Mu-Rash

Mercoledì: ore 13.15-14.15 presso la palestra Sinergy, Berzantina - Porretta Terme (BO) 
con La Trottola
 
Giovedì: ore 19.30-21.00 presso l'ex cinema (sala Mons. Dallari) di Montese (MO)
con Associazione Mu-Rash
Venerdì: ore 18.30-20.00 presso la canonica della chiesa di Marano di Gaggio Montano, Via della Chiesa con Associazione Mu-Rash

Sull'Appennino e a Bologna CORSI PER BAMBINI:

Mercoledì: ore 17.45-18.45 presso la palestra della scuola elementare di Vergato
con Associazione Mu-Rash 
 
A breve calendario con le date rimanenti per il laboratorio sui 4 elementi
 
(3 date per Acqua, Fuoco, Aria) presso la palestra della Mu-Rash, all'interno dello stabilimento termale di Porretta Terme, Via Roma 5, Porretta Terme (BO) 
con Associazione Mu-Rash
 


Da gennaio 2015 a maggio 2015 (a breve calendario ufficiale) presenterò un nuovo progetto per bambini, sotto forma di laboratorio (2 ore a incontro, per un totale di 5 incontri, a cadenza mensile). Il tema sarà la diversità e importanti valori come l'empatia, la generosità, la gratitudine e imparare ad essere felici amando se stessi.
con Associazione Jaya, presso Casa dei Colori, Montagnola, Via Irnerio 2/3, Bologna.
 
Per le scuole: svolgo laboratori presso scuole materne e primarie, con progetti ad hoc, anche su richiesta dei docenti. Per contatti: nadja81@live.it
 

domenica 27 luglio 2014

GLI ASTANGA DI PATANJALI


 
Estratto della tesi “Yoga e cristianesimo: un incontro possibile” di Nadia Berti



Lo Yogasūtra è il testo di base di riferimento per lo Yoga Darśana, Patanjali ha quindi avuto il merito di riunire le varie conoscenze sparse riguardanti lo Yoga e organizzarle in modo strutturato attraverso listituzione di 8 mezzi (Aşţānga Yoga) che danno alla disciplina un corpus e un metodo molto concreto e preciso, che non lascia spazio a libera interpretazione se si rimane fedeli alla tradizione, sfatando tra l’altro molti falsi miti e false credenze occidentali su questa antica disciplina. Inoltre il merito di Patanjali è anche quello di aver inserito legittimamente il Rāja Yoga allinterno del sistema vedico, sistematizzando il Darśana e creando un collegamento ufficiale e indissolubile con la tradizione ortodossa induista e con le conoscenza dei Veda.

Come anticipato poc’anzi, il metodo di Patanjali prevede la divisione del percorso spirituale in 8 mezzi, per questo oltre che Rāja Yoga (Yoga Regale), viene anche chiamato Aşţānga Yoga ( lo Yoga degli 8 mezzi dalla radice sanscrita Anga: mezzo, membro, elemento costitutivo e Aşţa: otto).
 

I mezzi che permettono l’ unione a cui aspirano lo Yogi e la Yogini, secondo l’Aşţānga Yoga o Rāja Yoga, sono:
 

1. Yama: (i 5 comportamenti da evitare: Non violenza - Ahimsā, Non appropriazione indebita - Asteya, Non falsità - Satya, Continenza sessuale - Brahmacarya, Non possessività - Aparigraha);

2. Niyama: (i 5 comportamenti da adottare: Purezza - Śauca, Accontentamento - Samtoşa, Aspirazione interiore - Tapas, Studio e conoscenza delle sacre scritture e quindi del proprio se’ - Svādhyāya, Abbandono al signore o Abbandono allo Spirito Supremo - Īşvarapraņidhāna);

 3. Āsana: Posture fisiche

 4. Prāņāyāma: controllo del Prana (esercizi respiratori per controllare lenergia vitale);

 5. Pratyāhāra: raccoglimento (ritiro dei sensi dai loro rispettivi oggetti esterni);

 6. Dhārāņa: concentrazione;

 7. Dhyāna: meditazione;

 8. Samādhi: stato spirituale, assorbimento, contatto con lAtman (di cui ne esistono diversi livelli).


Secondo Claudio Lamparelli (autore del testo: “Tecniche della meditazione orientale”) i primi due Anga (Yama e Niyama) servono soprattutto per sopprimere tutte le fonti di agitazione mentale e non vanno prese come rigide regole fine a se stesse, che farebbero assomigliare lo Yoga più ad una religione che ad una disciplina. E’ corretto sostenere che il praticante debba imparare (grazie ad un accurato lavoro di introspezione, umiltà e impegno costante) a regolarsi da sé, a comprendere cosa sia “bene” e cosa sia “male” per lui e per la circostanza specifica. Indubbiamente una predisposizione psichica aiuterà anche il corpo durante la pratica e la mente nel momento che verrà dedicato alla meditazione. Nonostante ciò, essendo lo yoga una disciplina teista e nata comunque nella culla dell’ induismo, anche se non va confusa con la religione stessa, Yama e Niyama sono precetti morali ed etici che indicano anche un giusto modo di comportarsi, una giusta attitudine che dovrebbe essere comune a tutti gli Yogi e a tutte le Yogini. Infatti non sarebbe sufficiente un’ottima preparazione fisica e una perfetta esecuzione di tutte le Asana, se poi il praticante, nella vita di tutti i giorni, fosse una persona egoista, altamente individualista, falsa o disonesta o poco altruista, e così via. Vi sono indubbiamente precetti come Bramacharya (la continenza sessuale), che hanno spiegazioni legate anche ad aspetti medici e salutistici (ricordiamo che lo yoga è strettamente legato all’Ayurveda), e altri precetti che ricordano le più generiche e diffuse pratiche rituali legate al momento della preghiera, come ad esempio l’abluzione, collegabile al concetto di Śauca (la purezza, intesa come pulizia e cura del corpo e della casa), ma non sono privi anche di motivazioni etiche paragonabili ai 10 comandamenti della religione cattolica.


Per quanto riguarda le Asana, lo Yogasūtra non si sofferma a darne una descrizione dettagliata (vi sono altri testi sacri che ne descrivono i nomi, le funzionalità, le controindicazioni e la tecnica di esecuzione, come ad esempio lHatha Yoga Pradipika e la Gheranda Samhita), ma ci avverte solo che le posizioni devono essere “stabili e comode”, questo perché lo scopo e lo stato da raggiungere, descritto da Patanjali, è sempre quello meditativo, che non può essere ottenuto con la debita concentrazione e a lungo tempo se il praticante non ha un grado di padronanza dell’asana tale da poter rimanere seduto comodamente per lungo tempo, senza essere distratto da dolori fisici, intorpidimento degli arti, stanchezza e generale scomodità nella postura.


II, 46 La postura è quella che è stabile e gradevole.

II, 47 Diminuendo la tendenza naturale all’irrequietezza e meditando sull’illimitato, la postura si fa stabile e gradevole.
 
Riguardo il Prānāyāma Patanjali non si sofferma a descriverne le tipologia o la tecnica di esecuzione, (su questo argomento si trovano maggiori dettagli in testi come la Gheranda Samhita), anche se fa intendere che ne esistano vari tipi e che lo scopo delle varie tecniche adottabili sia l’arresto (o trattenimento) del respiro stesso (kumbhaka). Il trattenimento deve avvenire in quanto, se è vero che esiste una correlazione fra il dinamismo dell’energia vitale (il prana) e l’attività mentale, si intende che di conseguenza la sospensione di quest’ultima verrà favorita dalla cessazione del respiro, il quale è il veicolo del prana stesso.


II, 49 (Da ciò) consegue il controllo del movimento dell’espirazione e dell’inspirazione.

II, 50 Le sue modificazioni sono sia esterne che interne, o senza moto, regolate da luogo, tempo e numero, sia lunghe che brevi.

Il Pratyāhāra è il raccoglimento, con il quale vengono ritratti i sensi dagli oggetti esterni, interrompendo i canali di comunicazione con il mondo. Questi primi 5 Anga introducono (e preparano il praticante) ai successivi 3 stadi, chiamati anche la “triplice concentrazione”. Infatti gli ultimi tre momenti sono in realtà fusi in un'unica attività meditativa e difficilmente scorporabili uno dall’altro, anche se non è detto che il praticante possa raggiungere lo stadio finale con immediatezza, è anzi molto probabile che sosti per lungo tempo sul primo dei tre Anga.

I tre stadi successivi sono Dhāranā, Dhyāna e Samādhi che assieme costituiscono, in una parola sola il Samyama. Il primo (Dhāranā) è la concentrazione dellattenzione su una determinata forma(come uno Yantra o un Mandala, il terzo occhio, ecc) o suono, quando la concentrazione non è più discontinua e intermittente allora si entra nel settimo Anga (Dhyāna), qui ogni interferenza, interruzione e distrazione è eliminata, la concentrazione diventa un flusso continuo e può essere chiamata meditazione.  

Successivamente, quando la coscienza sarà in grado di andare oltre se stessa e divenire consapevole solo del Pratyaya (il contenuto della coscienza in generale o della mente in particolare; l'insieme delle immagini mentali depositate a livello del citta (inconscio), "seme" di meditazione . dal Glossario Sanscrito, ed. Asram Vidya)  potrà raggiungere l’ultimo Anga, il Samādhi. Il Samādhi consente dunque una nuova penetrazione del Pratyaya, una più ampia e profonda conoscenza del reale.


III, 1 Dhāranā è trattenere la mente ferma su qualche oggetto particolare.

III, 2 Un interrotto flusso di conoscenza su quell’oggetto è Dhyāna.

III, 3 Quando quello, abbandonando tutte le forme riflette solo il significato, ciò è Samādhi.

Il fine dello Yoga:

Le basi filosofiche che Patanjali abbraccia e usa come punto di partenza per la sua analisi dello yoga fanno capo alla teoria del Sāmkhya. Ma Patanjali integra il Sāmkhya, non credendo che «la semplice conoscenza metafisica possa portare alla liberazione dell’uomo, ritenendo che siano invece necessarie una tecnica di ascesi e una tecnica d meditazione, che costituiscono appunto l’argomento dei suoi 196 sūtra». 

Ma qual è il fine dello Yoga? Patanjali risponde alla domanda fin dal secondo versetto del primo capitolo:


“yogaś-citta-vŗitti-nirodhah


La cui traduzione è: lo Yoga è la soppressione (nirodhah) delle fluttuazione mentali (vŗitti). Oppure, secondo la traduzione di Swāmi Vivekānanda, curata da Dario Chioli:  «Lo Yoga è impedire alla sostanza mentale (citta) di assumere differenti forme (vŗitti)».

In sintesi, lo Yoga è la capacità di arrestare l’attività disfunzionale della mente, intesa come una tendenza della mente a funzionare in maniera incontrollata e irrazionale, sia nel suo aspetto cognitivo che emotivo.

Questa definizione, come sostiene anche Lamparelli, rappresenta il fondamento della meditazione.

Sempre in Lamparelli troviamo una sintetica spiegazione sul fine di questa disciplina:

«(…) è necessaria una tecnica psico-fisiologica che sia capace di sostituire al normale stato di coscienza uno stato di comprensione e di identificazione della realtà metafisica, cioè del Sé. In altri termini, le modificazione mentali corrispondono allo stato di non-sé, e questo a sua volta dipende dalla condizione di ignoranza (avidyā) che caratterizza la normale conoscenza umana e ci fa scambiare per reale quello che è invece una costruzione della mente».

In testi sacri all’induismo, come ad esempio la Bhagavad Gita, troviamo molti versi riguardanti lo Yoga e il suo legame con il Sāmhkya, e vi sono versetti che ci aiutano anche a comprendere il fine ultimo dello yoga e soprattutto del suo praticante.


Ad esempio, nel secondo capitolo “Teoria Sāmkhya e pratica Yoga leggiamo:


(48) Ben saldo nello Yoga, compi le opere tue, o possessore della ricchezza (spirituale n.d.r.), dopo aver  messo da parte l’attaccamento, con la stessa disposizione d’animo rimanendo nel successo e nella sconfitta: la mente in equilibrio continuo di indifferenza ha il nome di Yoga.

Dobbiamo operare con una serenità d’animo perfetta, con una perfetta indifferenza per i risultati ottenuti.


(50) Colui che ha raggiunto l’equilibrio dell’intelligenza aggiogata elimina anche in questo mondo tutti e due, il bene e il male. Lotta dunque per realizzare lo Yoga; lo Yoga è abilità dell’agire.

Nella traduzione del testo compiuta invece da Padre Bede Griffiths leggiamo:

(48) Compi la tua azione nella pace dello Yoga e, libero dai desideri egoistici, non farti scuotere dal successo o dal fallimento. Lo Yoga è uguaglianza di mente, una pace sempre uguale .


(50) Con questa sapienza, una persona va al di là di ciò che è fatto bene e ciò che è fatto male. Cerca, dunque, la sapienza: lo Yoga è la sapienza nell’azione.

L’azione nello yoga, come spiega nel suo commento anche Bede Griffiths, va svolta senza ricerca di ricompensa, di onori e di ricchezza, il frutto della nostra azione va lasciato a Dio.

Se lasciamo i frutti a Dio, gioiamo del successo e siamo dispiaciuti del fallimento, ma non ne siamo troppo turbati, questa è l’uguaglianza di mente (Samatva: la natura o condizione di uguaglianza. Stato di equilibrio. Condizione di stabile equidistanza o equilibrio perfetto nei riguardi del mondo fenomenico che consegue alla realizzazione dell'Unità - dal Glossario Sanscrito, ed. Asram Vidya)) 

L’autore ci aiuta anche nella comprensione del versetto 50: «(..) andare al di là del bene e del male può portare a fraintendimento, perché può essere inteso che scartiamo sia l’azione positiva che quella negativa, ma invece l’idea fondamentale è che il bene e il male appartengono alle dualità, e che il bene, in questo senso, è sempre limitato. Finché cerchiamo il bene limitato e un male limitato, non raggiungeremo lo scopo; dobbiamo andare al di là di tutti gli obiettivi limitati, per raggiungere l’Uno che è al di là. In questo senso andiamo al di là del bene e del male». 

Per comprendere meglio questo passo, e soprattutto per comprendere cosa si intenda per “bene” e per “male” cito qui un versetto della Katha Upanisad: Yama disse a Naciketas « Non sempre ciò che è bene è piacevole e non sempre ciò che è piacevole è bene».

Comprendiamo quindi come la tecnica che Patanjali ci illustra fin dai primi versetti, non sia solo legata alla pratica in sé per sé, che questa sia di tipo meditativo o più fisico, ma che in realtà lo Yoga illustra un vero e proprio stile di vita, una disciplina che va applicata in tutti i momenti della vita e della giornata di uno Yogi o aspirante tale. Lo Yoga attraverso quell’ inibizione delle fluttuazioni mentali di cui ci parla Patanjali, aiuta l’individuo a compiere il giusto discernimento tra reale e irreale, tra illusione e realtà, mettendo la persona nella giusta predisposizione psico-fisica per una ricerca introspettiva e soprattutto per una ricerca di Dio, come in altri termini spiega anche Shankarācarya nel suo Vivekacudamani.

Il fine ultimo dello yoga, racchiuso anche nelle parole moksha (liberazione) e samadhi (autorealizzazione, assorbimento, estasi), è una continua ricerca di espansione della propria coscienza, per poter annullare quella dualità che contraddistingue la condizione umana universale, ovvero quella trascuratezza o dimenticanza dell’identità fondamentale esistente tra spirito e materia e tra tutti gli esseri umani. Si può così comprendere meglio anche il significato stesso del termine yoga (dalla radice sanscrita yuj: unione, proprio l’unione tra spirito e materia).