venerdì 4 settembre 2015

AMORE/MORTE IL FEMMINILE IN FILIGRANA (SECONDA PARTE)

Questo articolo è la seconda parte di una serie che verrà mano a mano pubblicata su questo blog e sul blog Asterio col naso all'insù è il frutto di una collaborazione tra amiche e professioniste che desiderano condividere una parte di percorso e crescita assieme. Qui il link alla prima puntata per chi l'avesse persa: Il labirinto delle paure e degli attaccamenti
 
«Febo è innamorato; ha visto Dafne e brama di unirsi a lei, e in quello che brama ci spera, benché si sbagli, proprio lui che è il dio degli oracoli […] così il dio prende fuoco, così arde dappertutto nel petto e alimenta con la speranza uno sterile amore […] L’inseguitore però, aiutato dalle ali dell’amore, corre di più e non dà tregua ed è alle spalle della fuggitiva, ansimandole sui capelli sparsi sul collo. Stremata essa alla fine impallidisce e, vinta dalla fatica di quella corsa disperata, rivolta alle acque del fiume Peneo: - Aiutami, padre, -dice.- Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, trasformandola, questa figura per la quale sono troppo piaciuta! 
Ha appena finito questa preghiera, che un pesante torpore le pervade le membra, il tenero petto si fascia di una fibra sottile, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; il piede, poco prima così veloce, resta inchiodato da pigre radici, il volto svanisce in una cima. Conserva solo la lucentezza» (Ovidio, Metamorfosi, libro I 450-567)
 
Le Metamorfosi di Ovidio incontrano la Pop Art nelle tele di Elisa Pasquini. Fonte: La Gazzetta di Lucca, Elisa Pasquini
 
 

Il femminile che si nega, scegliendo l’oscurità delle fronde, queste divengono simbolo di sapienza e gloria, eppure Dafne inseguita da Apollo non coglie l’importanza della sua essenza, ma scuote l’alloro quando il dio la elegge a proprio albero.
Dafne, quindi, come donna abituata, nel tempo, al silenzio della pudicizia, al chiaroscuro di cui diviene simbolo fascinoso e affascinante, filigranato e ammaliante.
Nel precedente articolo, in merito, ci chiedevamo: come si collegano donna e femminilità all’idea di morte, destino e maledizione?
In merito a ciò posso raccontarvi che il primo simbolo femminile è la notte, le tenebre, che da sempre hanno spaventato ed atterrito l’uomo (da qui anche le fiabe e le credenze popolari sull’uomo nero, i pregiudizi razziali – visti da un punto di vista psicologico e inconscio – il senso della notte e di tutte le credenze legate a morte/notte/tenebre/sconosciuto). Dal profondo della notte e delle tenebre nasce l’immagine del cieco, mutilazione data dall’oscurità, che rappresenta l’inconscio, basti pensare a tutte le leggende e i miti del vecchio re cieco (Edipo, o il reggente cieco Dhritarashtra del Mahabarata). Dal re cieco all’acqua si arriva attraverso il simbolismo, solo apparentemente lontano, una variazione dello stesso tema nictomorfa, come in una sinfonia d’orchestra, allo specchio: l’acqua fu il primo cupo specchio. Lo specchio infatti può essere limpido o tenebroso (basti pensare al mito di Narciso). Nel caso dello specchio tenebroso, anche le acque saranno tenebrose, e il simbolo per eccellenza della acque nere sono il sangue mestruale, ed ecco il legame liquido che lega la donna a tutta una serie di immagini tenebrose, spaventose, a volte peccaminose o comunque soggette a tabù, proprio per allontanare ogni pericolo di morte e contaminazione. L’acqua, sempre citando il capitolo sui simboli nictomorfi di Durand del libro poc’anzi citato, è un’epifania dell’infelicità del tempo. Il tempo infatti è simbolo di morte, il tempo che scorre inesorabile e stringe tra le mani il destino dell’uomo. La luna, ad esempio, è simbolo per eccellenza dell’unione del femminile con la morte, infatti la luna indica il tempo che scorre, il movimento delle maree, l’arrivo di una catastrofe naturale, il ciclo mestruale, quindi sempre acque nere. La luna porta su di sé questo bagaglio simbolico perché cambia aspetto ogni notte, mentre il sole rimane sempre lo stesso, salvo per un’ eclissi, evento raro e comunque determinato dalla presenza della luna. Ecco che la luna unisce ancora una volta le acque al sangue mestruale, e quindi le acque alla donna. Proseguendo sulla via del tempo e della morte, possiamo ricordare che dal sanscrito ci giunge il termine Kala per indicare il tempo e Kali per indicare la divinità femminile della morte, dell’orrore e del sangue, rappresentata sempre con collane di teschi, sangue che sgorga dalla sua bocca e una testa mozzata in mano. Molto spesso queste immagini iconografiche ci stupiscono, ci atterriscono e non ci danno tempo di guardare più a fondo il reale significato delle cose. Kali infatti rappresenta un momento di trasformazione e transizione, e perché qualcosa si trasformi qualcos’altro dovrà necessariamente perire e lasciare spazio al nuovo, inoltre Kali stringe con la mano la testa mozzata di un demone. Quindi, prima di giungere a conclusioni sulla morte e sul reale terrore, bisognerebbe indagare maggiormente sul simbolismo naturale degli eventi e su quello che ogni cultura pensa riguardo al tema della morte e del tempo che scorre: tempo lineare, che ci porta ad una irreparabile fine o tempo circolare che ci lascia la possibilità di ripetere e migliorare la nostra condizione umana?
Link all'articolo sul blog di Asterio: Amore/Morte il femminile in filigrana