venerdì 3 gennaio 2014

RIFLESSIONI SU "IL SACRO" DI RUDOLF OTTO

Rudolf Otto (1869-1937) con il suo metodo di studio della religione ha posto, a mio avviso, al razionalismo e al positivismo, quel limite morale e spirituale necessario per non cadere nel processo senza ritorno che porta all’ateismo.
Rudolf Otto affronta lo studio della religione applicando lo stesso metodo fenomenologico tipico del razionalismo, ma ribaltandone l’esito finale. Otto sosterrà infatti che il vero significato della religione, la vera essenza che l’uomo ricerca nella religione, è il Sacro.
Il dizionario Treccani, alla parola sacro scrive:
“In senso stretto, si definisce sacro ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato; in opposizione a profano, ciò che è sacro è separato, è altro, così come sono separati dalla comunità sia coloro che sono addetti a stabilire con esso un rapporto, sia i luoghi destinati ad atti con cui tale rapporto si stabilisce. Più in generale, che riguarda la divinità, la sua religione e i suoi misteri, e che per ciò stesso impone un particolare atteggiamento di riverenza e di venerazione (…) il sacro, ciò che gli uomini avvertono come totalmente altro e che si manifesta con forza misteriosa, rispetto al quale si sentono sottoposti, spaventati e nello stesso tempo attratti”.
 
Leggendo questa definizione semantica possiamo già intravedere il tema centrale: il Sacro rappresenta una realtà diversa, di fronte alla quale l’uomo si sente inferiore ma dalla quale rimane affascinato. Si deduce qui l’impossibilità di poter scannerizzare il significato del termine sotto la luce del razionalismo scientifico. Non è possibile per l’uomo comprendere il significato del Sacro fino a renderlo totalmente trasparente e visibile a tutti, come potrebbe essere una frattura di un braccio passata ai raggi X. Eppure l’uomo “sente” e accetta questa realtà, non ne nega l’ esistenza, l’importanza, la intima e profonda essenza.
Ateismo, secondo Del Noce, è una scelta da parte dell’uomo, è l’arrivo di un processo di pensiero che parte dalla negazione del soprannaturale. Per questo ritengo che la visione di Otto ponga le fondamenta per chi comincia un percorso spirituale e religioso e, prima o poi, si troverà a domandarsi: “Perché? Chi? Quando?”, etc.
La fede altro non è che l’accettazione silenziosa eppure così immanente e intima di questa sfera inspiegabile ma imprescindibile della realtà. Innanzitutto chi ha fede sa che la realtà non è solo ciò che vediamo e ciò che spieghiamo con parole e prove scientifiche, ma è anche qualcosa di immanente, nascosto, misterioso, superiore a noi, oltre noi, in una parola: sacro.
L’opera di Rudolf Otto è un importante tassello per un approccio interreligioso e antropologico dell’esperienza religiosa dell’uomo, che vive oggi in un contesto multiculturale. Infatti lo studioso affrontò il tema del Sacro partendo dallo studio delle grandi religioni sia occidentali che orientali: cristianesimo, islamismo, ebraismo, culture orientali, trovando il filo conduttore proprio nel sacro come senso comune di tutte queste religioni, al di là delle loro differenze spirituali e/o storiche.
Otto utilizza anche il termine Numinoso per descrivere il senso che l’uomo prova di fronte alla propria nullità, esperienza che l’uomo può vivere all’interno del Sacro.
L’uomo comprende di non essere solo, unico, individuo slegato dal mondo, ma componente di un contesto molto più ampio, totale, che supera il suo raziocinio individuale. In un contesto interculturale e interreligioso, penso che questo potrebbe essere un buon punto di partenza per un dialogo “alla pari”: abbandonare la propria individualità e il proprio egocentrismo, senza per questo annullare l’importanza e l’essenza di ogni individuo, ognuno portatore di differenze e contenuti, ma umilmente mettendosi di fronte all’altro, all’altezza degli occhi dell’altro (come un dialogo vero presuppone) cominciando così un percorso assieme verso il nostro essere umani di fronte a Dio.
Nell’ammettere e percepire la nostra nullità di fronte al Sacro, indubbiamente non potremmo che sentirci tutti fratelli, abbandonando fanatismi, egoismi e idolatrie.
Un altro concetto fondamentale di Rudolf Otto è caratterizzato dai termini tremendum e fascinans.
Il Sacro si manifesta come tremendum, ovvero come qualcosa che non essendo conosciuto e fino in fondo conoscibile, incute terrore, ma allo stesso tempo proprio questo aspetto ci attira e ci affascina.
Otto, utilizzando il metodo di analisi kantiano, definisce il Sacro come una categoria a priori, ovvero come elemento strutturante dello spirito di ogni uomo. Proprio quest’uso di elementi di analisi sia razionali che irrazionali, hanno avuto come conseguenza un’accusa nei confronti di Rudolf Otto da parte della Neo Scolastica, ove vigeva una totale armonia tra ragione e fede.
Prendendo visione del pensiero di Otto nell’oggi contemporaneo appare invece una volontà di integrare, nell’esperienza religiosa, momenti razionali e non, senza però intaccare i cardini del Cristianesimo, anzi, volendo portare alla luce il fattore esperienziale della religione, intimo e personale, che quindi coniuga facilmente sia l’aspetto religioso, che quello più filosofico e mistico.
 
Penso che questa visione totalitaria sia molto attuale: risponde all’esigenza dell’uomo contemporaneo di trovare delle risposte nella religione, di collocarsi in essa con un ruolo attivo anche se esterno alla religione ufficiale, quel particolare dialogo con Dio che non deve perdersi nel dogmatismo. Spesso gli uomini si ritengono atei, come dice Maritain, non perché non credono in Dio, ma in quanto negano l’esistenza non di Dio ma di qualcos’altro, inconsciamente.
Ritengo che l’apertura di Otto possa dare spunto a queste persone per trovare la propria risposta. Per quanto mi riguarda il concetto di Sacro è servito molto alla mia ricerca spirituale; un concetto di Sacro “aperto”, che non cancella quello che è l’aspetto strettamente religioso e razionale, assieme al concetto più spirituale e nascosto del termine, se ben equilibrati, evitano fanatismi o bigottismi di ogni genere. Non si può spiegare tutto con la ragione, bisogna anche lasciar spazio al non-detto, al misterioso, ma neppure si può spiegare ogni cosa utilizzando solo criteri mistici e misteriosi, rischiando di lasciare la propria ragione in balia di qualunque credo e qualunque leader che tale si voglia definire.
Un altro filosofo che ha saputo unire in modo armonioso il metodo trascendentale di Kant e la filosofia di S.Tommaso, massimo rappresentante della filosofia cristiana, è Karl Rahner (1904-1984).
Come Rudolf Otto, anche Karl Rahner parla di elemento soggettivo e a priori della conoscenza umana. Il pensiero di Rahner apre le strade alla visione antropologica, svolta contemporanea della teologia.
Ritenere, come fa Rahner, che per parlare di Dio è necessario comprendere le modalità con cui ogni individuo si avvicina a Lui, significa (a mio avviso) aprirsi alle altre culture e cercare un punto di incontro tra le fedi, laddove l’interlocutore di ognuno è, e rimarrà sempre, Dio.
La teoria di Rahner tratta l’esperienza umana studiata dal punto di vista della sua coscienza. Le critiche a lui volte sostengono che in questo modo si dia più attenzione all’uomo che a Dio, e probabilmente sono pensieri ancora fermi alla sola “religione” e non ancora vicini al Sacro, e quindi al dialogo personale dell’uomo con Dio. Non penso che Rahner volesse dare più visibilità all’uomo, alle sue pratiche, ai suoi usi e costumi, che alla sua coscienza, alla sua visione del Sacro, alla sua religiosità, al suo dialogo con Dio. Cosa può essere la religione e la spiritualità se non vi fosse dialogo? Gesù dialogava con i discepoli e con il popolo per farsi comprendere e far comprendere la vera natura e il vero volto di Dio.
Il Vangelo secondo Giovanni si apre dicendo:
 
“In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.”
 
Il titolo del libro “Uditori della Parola” di Rahner mi porta alla mente, sempre per rimanere nel contesto interreligioso e nel “piano comune” di tutte le grandi religioni, la teoria legata ai 4 Veda indiani. Infatti si ritiene che i Veda provengano non da una tradizione umana ma da una natura divina: inizialmente trasmessi oralmente, verso il 1500 a.C. furono redatti. La tradizione vuole che a trascrivere i Veda siano stati i Sapta Rishi (i 7 veggenti), i quali avrebbero trascritto ciò che hanno udito. Infatti i Veda fanno parte della Śruti, che in sanscrito significa la tradizione udita”.
Karl Rahner ha chiamato così la sua opera per sottolineare l’uomo in quanto persona, con una sua esistenza e ricerca reali. Il suo uomo-persona, l’uomo religioso, non è solo alla ricerca e aperto al Sacro, ma anche in attesa di una rivelazione di Dio. Rahner sottolinea così l’aspetto antropologico dell’uomo che, ai fini della filosofia della religione, è aperto tanto al Sacro quanto alla Rivelazione di Dio.
A questo proposito egli cita la nozione di S.Tommaso di potentia oboedentialis, ovvero la possibilità proposta all’uomo di poter obbedire ad un richiamo che proviene da Dio stesso, la possibilità, con la Sua Rivelazione, di essere elevato a un livello più alto di coscienza. Secondo Rahner se l’uomo non accogliesse questa possibilità, la Rivelazione, quant’anche avvenisse, gli rimarrebbe estranea.
L’uomo è libero di scegliere, ma non basta volerlo, in quanto a decidere se agire e rivelarsi è alla fine Dio.
Rahner qui si allontana dalla teoria di Otto, che secondo lui rischia di far perdere all’uomo il suo libero arbitrio, lasciandolo in balia di un concetto di Sacro vissuto come entità “altra”: l’uomo è spirito, e lo spirito non può decidere per Dio di rivelarsi o meno, ma in quanto tale può ascoltarne anche il silenzio. Di fronte a Dio, così, l’uomo ritrova la sua libertà e riconosce quella di Dio.