mercoledì 24 dicembre 2014

AMEN E OM, da Yoga Journal

Un padre barnabita scopre nella disciplina indiana un canale di incontro con Dio. Yoga Journal lo ha intervistato
di Gordana Stojanovic
Amen__Om_2
Chi ha detto che preghiera cristiana e yoga non abbiano alcun punto in comune? Per Padre Antonio Gentili, uno dei nove Frati Barnabiti che vivono nella “Casa per Ritiri Spirituali” di Eupilio, in provincia di Como, ne hanno, e parecchi. Per lui, asana e meditazione sono due preziosi strumenti per avvicinarsi a Dio. Ci ha spiegato perché.

Padre Gentili, lei appartiene all’ordine dei Barnabiti e pratica yoga e meditazione, cosa assai strana per un frate cristiano. Qual è stato il percorso che l’ha portata a questa scelta?
«A partire dagli anni Sessanta, in ambito cattolico hanno cominciato a diffondersi le tecniche meditative dell’Asia, in particolare dello Zazen. L’orientalista tedesco, Karlfried Von Dürckheim ebbe l’occasione di soggiornare in Giappone dove conobbe tale metodo. Tornato in Germania ne parlò con il catecheta K lemens Tilmann, che cominciò a praticare e scrisse diversi libri. “Guida alla Meditazione” (Ed. Queriniana, pp. 432,  16,53), per esempio, è un vero e proprio decalogo che insegna a noi occidentali come meditare». E cosa dice a riguardo? «Il metodo proposto da Tilmann è quello dello Zazen impostato sul respiro nelle sue quattro fasi. Le prime due si focalizzano sull’espiro che prevede una durata prolungata, la fase intermedia vede la ritenzione a polmoni vuoti, infine, segue l’inspiro. Le parole che si legano ai diversi stadi sono: abbandonare, discendere, unirsi, rinnovarsi; trasformate da l’autore in “via da me, verso di Te, tutto in Te, rinnovato da Te” dove questo “Te” si riferisce a Dio. Contemporaneamente ai testi di Tilmann, il monaco trappista statunitense Thomas Merton scrisse diversi volumi sulle grandi tradizioni mistiche e meditative dell’Oriente. La ricerca di Merton mi ha molto incuriosito. Per quanto riguarda lo yoga, ho iniziato a praticare quando sono arrivato a Eupilio seguendo una brava insegnante. Successivamente mi sono trasferito per 6 anni a Roma e ho continuato con una suora, anch’essa insegnante yoga, nell’Oratorio di San Paolo (di fronte a San Paolo Fuori le Mura)».

Oggi, anche lei insegna yoga?
«Più che insegnante sono un praticante. Quando sono tornato da Roma, fra il 1994 e il 1995, ho iniziato a svolgere delle sessioni di yoga con Mari Colombo, insegnante che lavora con il dottor M. V. Bhole, celebre medico ayurvedico india no. Mari Colombo attualmente tiene tre incontri al lunedì. Da due-tre anni si è aggiunto anche l’insegnante Alessandro Cravera che conduce due ore di lezione ogni mercoledì. Io mi affianco a loro per guidare la fase della meditazione. Tutti i giorni abbiamo in programma un’ora di pratica dove si eseguono esercizi per sciogliere, rilassare e rinvigorire il corpo che attingono sì alla disciplina indiana ma anche al Tai Chi e al Qi Gong. Questi incontri, se l’insegnante di yoga è assente, li seguo io. In generale i corsi che organizziamo sono veri esercizi spirituali».

In vari periodi dell’anno organizzate intere settimane dedicate al digiuno. Ci spiega l’importanza di questa pratica?
«Dovremmo digiunare un giorno alla settimana. La breve astensione al cibo può essere considerata una sorta di terapia dell’anima che rivela l’inutilità di tanti altri atteggiamenti fisici e psichici. Inoltre è un metodo utile per aiutare ad aumentare la forza d i volontà. Seguo tale pratica per quattro settimane all’anno. Durante l’estate organizziamo due periodi di digiuno, una settimana a giugno e una a luglio, e poi tre giorni a settembre (da venerdì sera a domenica ). Si comincia con i metodi di purificazione tipici della disciplina indiana: lavaggi yogici dell’intestino, dello stomaco, jala neti e pulizia della lingua. Gli aspetti più tecnici sono guidati dal naturopata che è anche insegnante yoga, mentre io curo l’aspetto più meditativo. Abbiamo un medico che viene all’inizio e alla fine del ritiro. Durante il corso è richiesto il silenzio, cosicché all’oralità in entrata (assunzione dei cibi) corrisponda la stessa disciplina dell’oralità in uscita (uso della parola)».

Come si pone la chiesa di fronte allo yoga?
«Ricordo che il cardinale Martini si espresse in modo lusinghiero, lodando l’integrazione che si compie nel nostro centro tra le diverse discipline meditative, nel pieno rispetto della tradizione cristiana, anzi nella sua più piena valorizzazione. Il magistero ecclesiastico (Vaticano) è intervenuto in merito con la lettera sulle forme di preghiera (Orationis formas), firmata dall’allora cardinale Ratzinger. In questo testo l’attuale papa si esprimeva in maniera circospetta, facendo vedere i pro e i contro e soprattutto la differenza che caratterizza le prassi meditative asiatiche una volta trasposte in ambito cristiano. Si sa che lo Zazen è a-teistico (non ateo!), non implica un riferimento esplicito a Dio. Chi medita secondo le metodologie dello Zazen si pone dinanzi al “nulla”. Esistono alcuni autori cristiani che spiegano come questo “nulla”, questo “vuoto”, corrisponda al Tutto, a Dio. Nulla– Tutto è la famosa dialettica di cui parlano i mistici. Possiamo acquisire un tipo di meditazione che, nel suo originario contesto, è a-teistico, dal momento che si basa sul silenzio, secondo quanto ci chiede la stessa Scrittura: “Sta’ in silenzio davanti a Dio e spera in Lui: è Lui che agisce”».

Seguite le giornate di pratica e meditazione indipendentemente dai seminari?
«I Barnabiti, così come i Gesuiti, sono nati in un’epoca in cui aveva molta importanza la meditazione. Per altri ordini monastici, invece, ha sempre avuto un peso maggiore la liturgia delle ore: l’attività del silenzio veniva lasciata alla libera iniziativa dei monaci e di solito si collocava alla fine di questa pratica. La meditazione è una preghiera in cui viene sottolineato l’aspetto interiore dell’assenza di parola. Nelle prime costituzioni dei Barnabiti si dice che la preghiera interiore apporta l’energia necessaria per conseguire un’evoluzione e un progresso spirituale. Qui si pratica meditazione mezz’ora ogni mattina (7 alle 7:30) e ogni sera».

Possiamo paragonare asana e preghiera?
«Noi qui ci dedichiamo all’Hatha Yoga, quindi asana e pranayama che sconfinano nel Raja Yoga e nella pratica meditativa–introspettiva. La visione yogica pone l’accento sul rapporto stretto fra l’esterno e l’interno. Considerando che “yoga” vuol dire “unione”, si capisce che l’esercizio fisico con i movimenti e le posizioni stabili aiuta a raggiungere pienamente quelle condizioni di armonia e ordine interiore che portano allo stato meditativo. Con il pratyahara (ritiro dei sensi) e con il mantenimento prolungato degli asana ci si avvicina sempre più a una dimensione di beatitudine».

E riguardo l’uso dei mantra?
«La famosa preghiera del cuore “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore” è un mantra. Nella tradizione dei padri del deserto, invece, era per eccellenza la frase “O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni e prestami aiuto”. Nelle Upanishad la “Om”, il mantra dei mantra, è l’arco che consente alla freccia dell’anima di raggiungere il bersaglio (Brahman). Tale definizione corrisponde a quella che viene data in Occidente alla giaculatoria. “Iaculum” in latino, infatti, equivale a giavellotto. Quindi, il significato del mantra presente nella letteratura induista è simile a quello elaborato dalle tradizioni cristiane. “La nube della non–conoscenza”, testo mistico inglese che abbiamo curato e tradotto, suggeriva come sostegno di una preghiera contemplativa le parole “Dio amore” che polarizzano la mente e la bloccano. Da qui si arriva a un risveglio del cuore. La dimensione del sentire, quindi, si sviluppa quando tace quella del pensare».

Si possono paragonare i concetti yogici di yama (astensioni) e niyama (osservanze) ai 10 comandamenti cristiani?
«Noi qui diciamo spesso: “Voi che venite a praticare avete già al vostro attivo i primi due gradini”. Per passare al pranayama, al pratyahara e al resto, è necessario condurre una vita integra. Yoga non vuol dire andare a rilassarsi o togliere la pancia, bisogna avere le carte in regola, le vere motivazioni, altrimenti fallisce il vero scopo».

Come viene interpretato il karma in ambito cristiano ?
«Non si mette in dubbio questa legge. Ci si può domandare, però, come viene applicata quando il ladro crocifisso accanto a Gesù gli dice: “Ricordati di me quando sarai in paradiso”. Gesù risponde “Oggi sarai con me in paradiso”. La legge del karma è infranta per una grazia. Il ladro ha avuto il coraggio di chiedere perdono, di affidarsi a quel dono di grazia (favore) che Gesù è venuto a portare. Dobbiamo ripensare a questa legge nella quotidianità: un principio universale dentro un’iniziativa salvifica, gratuita, che ha compiuto Dio per amore degli uomini».

Si può essere, allora, più rilassati nei confronti del peccato ?
«Certo. Per quanto si possa sbagliare esiste sempre la possibilità di riscattarsi: tutto ciò è liberatorio. La confessione con “Io ti assolvo” è un attestato di fiducia e significa “Rialzati, cammina”. Viene confermata, così, quel la giusta autostima che una persona deve sempre avere».

La Bhagavad Gita, uno dei testi fondamentali dello yoga, dedica un capitolo alla natura divina e a quella demoniaca dell’uomo. Dice che si possono trascendere l’una e l’altra e realizzare “l’Uno-senza secondo” dentro di sé. Cosa ne pensa?
«Il nostro fondatore Sant’Antonio Maria Zaccaria (che scriveva nel 1500) nel suo libro “Interroga il tuo cuore” dice : “È tanta l’eccellenza del libero arbitrio, mediante la grazia di Dio, che l’uomo può diventare e demonio e Dio, secondo che gli pare”».